Crisi di Hormuz, il petrolio cambia strada: rotte più lunghe e inquinanti

Condividi

di Alessandra Coffa

Con l’annuncio del cessate il fuoco si è intravisto uno spiraglio per la riapertura dello stretto di Hormuz. L’ipotesi è stata alimentata dall’incontro tra il vicepresidente americano Vance e il ministro degli Esteri iraniano ad Islamabad, per cercare di raggiungere un accordo di pace. Ma i negoziati sono falliti e sulla questione del transito navi l’ultimo aggiornamento è stato quello di Donald Trump, secondo cui i piani di ripristino dovrebbero essere attuati “abbastanza presto”.

Attualmente le tempistiche restano dubbie e un’ipotetico sblocco delle rotte commerciali del greggio appare ancora lontano da una piena normalizzazione. Si profila quindi una fase di transizione caratterizzata da passaggi limitati, controlli rafforzati e forte incertezza operativa.

In questo contesto, il sistema energetico globale è già entrato in una fase di riorganizzazione, con flussi ridistribuiti e tempi di trasporto prolungati; elementi che rischiano di avere ripercussioni non solo economiche ma anche ambientali. Quel che è certo è che Hormuz è uno snodo centrale difficilmente sostituibile: l’Agenzia Internazionale per l’Energia riporta che circa il 25% del commercio mondiale di petrolio marittimo passa attraverso lo stretto.

La nuova geografia dei flussi

La crisi evidenzia la fragilità strutturale delle rotte fossili globali e la loro esposizione a shock geopolitici improvvisi. Non c’è modo di aggirare lo stretto: davanti al blocco le navi non hanno alcuna alternativa se non quella di circumnavigare l’area. Secondo le analisi di Kpler, almeno il 60% dei flussi marittimi ha sostituito le proprie corsie abituali scegliendo il routing più lungo, che passa per il Capo di Buona Speranza. A marzo, quest’ultimo è riemerso come tratta privilegiata per alcuni tra i maggiori vettori di container (si parla, per Reuters, di società come Maersk e Hapag-Lloyd), rendendo il continente africano un rilevante centro di bunkeraggio.

Spostare il baricentro dal golfo Persico ad un nuovo e più lontano corridoio porta, naturalmente, ad una dilatazione dei tempi di trasporto e un maggiore dispendio di carburante: per cercare di recuperare tempo, le navi aumentano le velocità, con un conseguente aumento delle emissioni. È uno scenario familiare, che ricalca le tracce di quanto già accaduto nel 2024 durante il blocco del canale di Suez. I dati dimostrano che il reindirizzamento delle rotte aveva fatto salire le emissioni di gas serra del 46%, e il costo economico di più del 50%.

L’inefficienza logistica come moltiplicatore dei consumi

Il costo è dunque sì economico (al momento il Brent si aggira intorno ai 95 dollari al barile), ma il conto più salato resta quello energetico. L’inefficienza operativa aggregata implica infatti che per cercare di sostenere i ritmi commerciali e garantire lo stesso livello di scambio precedenti al conflitto, aumenta l’intensità energetica del trasporto marittimo globale, ovvero la quantità di energia necessaria per movimentare la stessa unità di carico lungo la catena logistica.

Dal 2003 al 2020, l’energy intensity dei commerci internazionali è diminuita di circa il 30%. L’efficienza del mezzo rimane però ostaggio della geopolitica dei percorsi; se la nave è più ecologica ma la distanza raddoppia, il bilancio ambientale resta in rosso.

L’accelerazione pulita contro l’instabilità degli hub

La crisi di Hormuz non è altro che il sintomo della vulnerabilità di un modello energetico basato su hub geografici obbligati. Emerge la difficoltà gestionale di un sistema fossile, e la necessità impellente di raggiungere una transizione energetica che possa condurre ad una stabilità duratura e una maggiore sicurezza nazionale.

Sebbene nel 2025 le emissioni di CO2 abbiano registrato un ulteriore incremento stimato dello 0,8%, questo dato non deve oscurare il progresso strutturale in corso. La produzione di energia pulita sta accelerando a ritmi tali da far sperare in un imminente punto di svolta, supportata da investimenti globali record che, proprio nell’ultimo anno, hanno toccato il picco dei 2,3 trilioni di dollari.

Cosa significa tutto questo per l’Italia?

Il nostro Paese presenta livelli di dipendenza energetica tra i più elevati in Europa, attestandosi attorno al 74% secondo le ultime stime del Med & Italian Energy Report. Questa dipendenza non si traduce soltanto in una maggiore esposizione agli shock esterni, ma anche in una limitata capacità di adattamento alle riconfigurazioni dei flussi energetici globali.

In un contesto in cui le rotte si allungano, si frammentano o diventano meno prevedibili, sistemi fortemente importatori come quello italiano dispongono di margini ridotti per compensare variazioni nei tempi e nei costi di approvvigionamento. Il tema non è soltanto ridurre la dipendenza, ma migliorare la flessibilità e la resilienza delle proprie infrastrutture e catene di approvvigionamento. È su questo terreno che si giocherà la tenuta del sistema energetico nei prossimi anni.

L’articolo Crisi di Hormuz, il petrolio cambia strada: rotte più lunghe e inquinanti è tratto da Forbes Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *