Gallerie contemporanee, fondazioni private, case d’asta: Milano è il baricentro del mercato italiano dell’arte
Contenuto tratto dal numero di aprile 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Parla milanese il mercato italiano dell’arte, dall’antico al contemporaneo. Il capoluogo lombardo è il baricentro per volume economico, densità di competenze, infrastruttura culturale e capacità di attrarre capitali. Qui convivono antiquariato di altissimo livello, gallerie contemporanee, fondazioni private, case d’asta e una borghesia imprenditoriale che continua a considerare l’arte un linguaggio di status e identità. In una città che produce il 10% del Pil nazionale e dove si concentra la quota più alta di ricchezza privata italiana, l’arte diventa così parte integrante dell’ecosistema economico.
“Milano è ricca, internazionale, veloce. Ha una tradizione collezionistica profonda che dialoga con il presente”, spiega Walter Padovani, titolare dell’omonima galleria d’arte antica, nel quadrilatero della moda. Le radici sono storiche – la mente va a Gian Giacomo Poldi Pezzoli, per esempio -, il consolidamento contemporaneo è passato anche attraverso moda e design, nelle fibre di questa città: da Gianni Versace a G&R Etro.
Secondo le stime più recenti, il mercato globale dell’arte supera i 60 miliardi di dollari annui. L’Italia vale una quota contenuta (intorno all’1-2%), ma Milano ne intercetta la parte dominante.
Milano capitale italiana dell’arte
Nel comparto dell’arte antica il capoluogo lombardo è il primo mercato nazionale per numero di gallerie specializzate. È qui che si concentra la maggiore presenza italiana a Tefaf Maastricht, la fiera di riferimento mondiale, capace di muovere un giro d’affari stimato in miliardi di euro tra vendite dirette e transazioni successive. Milano ha comunque la sua fiera, Amart, attesa puntualmente alla Permanente ogni autunno e promossa dall’Associazione antiquari milanesi.
Una cosa è certa: “Il mercato dell’arte antica è meno esposto a dinamiche speculative”, osserva Mimmo Di Marzio, giornalista e critico d’arte. “I valori si consolidano nel tempo e si fondano su criteri storico-critici più stabili”. Si tratta di ambiti che richiedono alte competenze all’antiquario e un percorso di formazione più lungo rispetto a quello di un gallerista di contemporanea, che, in compenso, “costruisce carriere, sostiene la produzione, sviluppa un discorso critico sul presente”.
L’antiquario è lo Sherlock Holmes che scova il manufatto di valore, investigando tra successioni, collezioni familiari, incarichi fiduciari e trattative riservate: la spina dorsale del settore. “La vera differenza la fa la ricerca: individuare opere inedite, studiarle, pubblicarle, inserirle in un percorso critico”, aggiunge Padovani. “Non è finanza pura, è un lavoro quasi curatoriale. E in un mercato competitivo, la capacità di individuare la qualità prima che diventi di moda è il vero vantaggio strategico”.
Nell’antico, il tempo medio di collocamento può essere lungo, ma la volatilità è inferiore rispetto al contemporaneo. E l’Italia, Milano in testa, è percepita come mercato alla fonte: acquistare qui significa accedere direttamente a opere con provenienze solide e prezzi spesso ancora competitivi rispetto a poli come Londra o Parigi. Non per nulla, aggiunge Padovani, circa la metà della clientela nell’antico è straniera.
Tra fondazioni private ed eventi
Se l’antico vive di reputazione e stabilità, il contemporaneo prospera sulla liquidità. Milano concentra la maggiore densità di ‘high-net-worth individual’ (persone con attività investibili oltre il milione di dollari) italiani e una parte significativa delle holding familiari. È un contesto dove l’arte rientra tra gli asset alternativi, accanto a private equity, real estate e collezionismo di design. “Nel contemporaneo il valore si forma nel presente”, spiega Di Marzio. “Questo rende il settore più dinamico, ma anche più permeabile a logiche speculative”. Le oscillazioni di prezzo possono essere rapide, soprattutto sugli artisti under 40.
La struttura cittadina rafforza il sistema: fondazioni private come Fondazione Prada, Trussardi, Pirelli HangarBicocca attraggono artisti internazionali e generano un indotto culturale che si riflette sul mercato.
In questo contesto Miart svolge un ruolo strategico. L’edizione primaverile (quest’anno 17-19 aprile) riunisce 160 gallerie da oltre 20 paesi, con un’offerta che attraversa più di un secolo di storia dell’arte. Le fiere, oggi, rappresentano fino al 40-50% del fatturato annuale per molte gallerie di medio-alto livello.
Il collezionista non è più rigidamente di settore. Questo perché, dice Di Marzio, “sempre più raccolte mescolano antico, moderno e contemporaneo, senza gerarchie cronologiche. Un collezionista può acquistare un dipinto seicentesco e, nello stesso tempo, seguire la ricerca di un giovane artista emergente o una lampada di Gio Ponti. Di conseguenza, anche i galleristi si muovono in un contesto più fluido, dove i confini tra epoche sono meno rigidi di quanto fossero un tempo”.
Le fiere hanno accelerato il processo di integrazione tra comparti: Tefaf Maastricht include stabilmente moderno e contemporaneo; analogamente, Miart favorisce il dialogo tra epoche. La platea di collezionisti è sempre più coincidente, tuttavia le competenze tra antiquario e gallerista di contemporanea restano distinte.
L’apertura internazionale
Milano ha compiuto passi importanti negli ultimi anni, soprattutto sul piano dell’internazionalizzazione, diventando la principale piattaforma italiana di respiro europeo in grado di attrarre gallerie e operatori stranieri, incluse filiali di case d’asta che incentivano le vendite private.
“L’apertura di realtà internazionali come Thaddaeus Ropac e fiere come Miart, che hanno lavorato sull’identità curatoriale e sul dialogo tra moderno e contemporaneo, confermano il dinamismo del mercato milanese”, continua Di Marzio. “Detto questo, la differenza la fa ancora il livello e la massa critica del collezionismo: Milano conta collezionisti importanti, ma il numero e la potenza d’acquisto complessiva non sono comparabili a quelli di Londra, Parigi o New York. A questo si aggiungono fattori culturali e fiscali, come la tradizionale esterofilia italiana e le difficoltà storiche legate alla tassazione, che hanno spinto molti collezionisti a concentrare gli acquisti su fiere internazionali. Ho conosciuto collezionisti milanesi che acquistano ad Art Basel e fanno recapitare le opere direttamente nei caveau dei porti franchi svizzeri”.
Se oggi si intravedono segnali di ripresa, anche grazie al recente abbassamento dell’Iva sull’arte, sarà proprio sul rafforzamento di un collezionismo strutturato e internazionale che Milano dovrà puntare per consolidare il suo ruolo.
L’articolo Gallerie contemporanee, fondazioni private, case d’asta: Milano è il baricentro del mercato italiano dell’arte è tratto da Forbes Italia.
