Da fiera a piattaforma globale: Tuttofood 2026 ridisegna il futuro del cibo a Milano oggi

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Non più solo una fiera, ma una piattaforma che ambisce a ridisegnare le dinamiche globali del sistema agroalimentare. È questa la traiettoria che sta prendendo Tuttofood 2026, in programma a Milano dall’11 al 14 maggio, forte di numeri in crescita e di una visione che va oltre l’esposizione commerciale. Al centro, il Food Manifesto: una carta d’indirizzo che, ispirata al modello italiano e sostenuta dal Masaf, punta a trasformare il cibo da commodity a leva strategica per sviluppo sostenibile, inclusione e sicurezza globale.

Un cambio di paradigma che riflette un contesto segnato da tensioni geopolitiche, crisi climatiche e ridefinizione delle catene del valore. In questo scenario, l’Italia — con i suoi 72,4 miliardi di export agroalimentare — si propone come laboratorio di un modello basato su qualità, territorio e identità culturale, rafforzato anche dalla candidatura della cucina italiana a patrimonio Unesco.

Ne parliamo con Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che guida il progetto Tuttofood verso una dimensione sempre più globale.

Il Food Manifesto nasce con un’ambizione sistemica. Quali leve operative metterete in campo attraverso Tuttofood 2026 per trasformarlo da dichiarazione di intenti a piattaforma realmente adottata dalle filiere internazionali?

Il Food Manifesto non è una dichiarazione simbolica: nasce per essere adottato e misurato. A Tuttofood 2026 lo attiviamo su tre livelli. Primo, coinvolgendo direttamente i decisori globali: aziende, buyer, istituzioni, tutti chiamati a sottoscriverlo e integrarlo nelle proprie strategie. Secondo, trasformando la fiera in una piattaforma di lavoro: oltre 200 momenti di confronto e il “Forum Internazionale della Cucina Italiana” servono a definire priorità concrete e standard condivisi. Terzo, costruendo continuità: roadmap internazionale, alleanze con istituzioni e strumenti di business matching che rendono il Manifesto operativo nelle filiere. L’obiettivo è chiaro: passare da un sistema che espone prodotti a uno che definisce regole del gioco.

Qual è il vostro vantaggio competitivo rispetto ad altri grandi player fieristici internazionali e come intendete consolidarlo nei prossimi 3-5 anni?

Il nostro vantaggio è nell’aver superato il concetto tradizionale di fiera. Tuttofood è oggi un hub che integra business, cultura e governance del sistema agroalimentare. Questo è possibile grazie al modello italiano: qualità, territori, sicurezza e identità culturale. In due edizioni abbiamo raddoppiato dimensioni e attrattività internazionale. Ora il focus è consolidare: più buyer qualificati, più mercati strategici, più continuità durante l’anno. Nei prossimi anni lavoreremo su piattaforme permanenti, fisiche e digitali, e sul rafforzamento del Manifesto come riferimento internazionale. Chi guida il sistema non è chi espone di più, ma chi connette meglio.

Quanto sono sostenibili le performance del Made in Italy agroalimentare e quali mercati ritiene davvero strategici nel medio periodo, tra Mercosur, India e Far East?

Il Made in Italy ha dimostrato una grande resilienza: 72,4 miliardi di export sono un risultato strutturale, non episodico. Detto questo, il contesto è cambiato: costi, geopolitica e materie prime impongono un’evoluzione del modello. La sostenibilità futura non sarà nei volumi, ma nel valore. Sul fronte mercati, Mercosur e Sud America sono oggi le aree più dinamiche e con maggiore potenziale, l’India è una scommessa strategica di medio periodo, il Far East resta fondamentale per posizionamento e scala. La chiave è una: presidiare mercati diversi con un’offerta sempre più qualificata.

Il Manifesto insiste sul cibo come “valore” e non solo come merce. Come si traduce questo principio in modelli di business concreti per le imprese, soprattutto in un contesto di pressione sui margini e sui costi?

Dire che il cibo è valore significa cambiare il modo in cui si genera margine. Le imprese che funzioneranno saranno quelle che sapranno integrare tre dimensioni: qualità, sostenibilità e fiducia. Questo si traduce in prodotti premium legati a origine e identità, modelli Esg che non sono costo, ma leva competitiva, trasparenza di filiera come elemento distintivo, integrazione tra alimentazione e salute. Il valore non è solo un tema etico, è un tema industriale.

Cosa cambia in Tuttofood rispetto al 2025 a livello di espositori e stime di affluenza?

Cresciamo, in modo significativo e qualificato. Abbiamo +15% di superficie espositiva, +20% espositori, +33% buyer da tutto il mondo, oltre 100.000 visitatori attesi. Ma il dato più importante è un altro: cresce la componente internazionale e la qualità delle relazioni. Tuttofood non è più solo un evento europeo: è un punto di incontro globale.

Qual è il rischio principale nel passare da “evento di successo” a “infrastruttura globale” del settore, e come pensate di gestirlo?

Il rischio è perdere focus. Quando passi da evento a infrastruttura, aumentano complessità e aspettative: devi governare interessi diversi e trasformare visione in execution. La nostra risposta è pragmatica: alleanze forti, obiettivi misurabili, centralità del business. Il Manifesto, in questo senso, è uno strumento di disciplina oltre che di visione.

Quali innovazioni — tecnologiche o di filiera — vede come realmente decisive per ridefinire il sistema agroalimentare nei prossimi dieci anni?

La vera innovazione non sarà una singola tecnologia, ma un cambio di paradigma. Vediamo cinque direttrici chiave: agricoltura rigenerativa, tracciabilità e trasparenza avanzata, prodotti orientati alla salute, supply chain più resilienti, integrazione tra food, cultura e territorio. La sintesi è questa: il sistema agroalimentare deve passare da una logica estrattiva a una logica rigenerativa. Chi farà questo salto guiderà il mercato.

L’articolo Da fiera a piattaforma globale: Tuttofood 2026 ridisegna il futuro del cibo a Milano oggi è tratto da Forbes Italia.

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