Descalzi al quinto mandato: l’Eni rimane al centro del mondo

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Ci sono settimane in cui la storia sembra accelerare oltre ogni previsione, in cui gli eventi si accavallano con una velocità che toglie il fiato ai diplomatici e ai mercati insieme. Il 3 gennaio 2026 le forze americane catturavano Nicolás Maduro nel bunker di Caracas, rovesciando decenni di ordine bolivariano e aprendo un vuoto politico enorme sulla più grande riserva di petrolio pesante del pianeta. Il Medio Oriente brucia: le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz minacciano i flussi di gnl dal Qatar verso l’Europa. Il Sahel vive la sua più profonda instabilità dalla decolonizzazione. In questo scenario di tempesta energetica e geopolitica, un’azienda italiana, una sola, si muove con la sicurezza di chi conosce ogni porto, ogni interlocutore, ogni palmo di territorio: Eni.

E al timone di Eni, riconfermato il 7 maggio 2026 per un quinto mandato consecutivo senza precedenti nella storia delle grandi major petrolifere occidentali, siede Claudio Descalzi. Settantun anni, fisico di formazione e geologo di riserve petrolifere di carriera, cresciuto sul campo a partire dai giacimenti africani: l’uomo che più di chiunque altro in Europa può alzare il telefono e parlare da pari a pari con un ministro degli idrocarburi africano, con un presidente sudamericano in transizione, con uno sceicco del Golfo. Non perché abbia un ruolo protocollare. Ma perché ha costruito, in 12 anni di guida ininterrotta, un capitale di fiducia, di relazioni e di presenza operativa che è l’asset più raro e prezioso nel mondo dell’energia contemporanea.

Il momento più audace: Caracas, 28 aprile 2026

Un giorno prima del 120esimo anniversario della nascita di Enrico Mattei, Descalzi era a Caracas. Al Palazzo di Miraflores, il cuore del potere venezuelano, si sedeva di fronte alla presidente ad interim Delcy Rodríguez e al ceo di Pdvsa Héctor Obregón per firmare quello che la stessa Rodríguez ha definito l’accordo petrolifero più importante mai sottoscritto nella storia del Venezuela con qualsiasi compagnia straniera.

L’oggetto dell’intesa è il giacimento di Junin-5, nella Cintura dell’Orinoco: 35 miliardi di barili certificati di greggio pesante, una delle più grandi riserve non sviluppate del pianeta. Eni ne detiene il 40%, Pdvsa il 60%. Per anni il giacimento era rimasto paralizzato dal crollo del modello chavista, dalle sanzioni americane, dalla crisi operativa di Pdvsa, dall’isolamento internazionale. Mentre le grandi compagnie occidentali si ritiravano o non osavano avvicinarsi, Eni non aveva mai tagliato il filo. Aveva mantenuto la presenza operativa, onorato i contratti, costruito rapporti. Rodríguez lo ha riconosciuto esplicitamente: l’azienda italiana non aveva mai interrotto i legami con Caracas, nemmeno nei momenti più difficili.

Ed è precisamente questa continuità, non eroica per caso ma strategicamente voluta e mantenuta nel tempo, che ha consegnato a Eni, nel momento della riapertura post-Maduro, una posizione di vantaggio assoluto rispetto a qualsiasi concorrente. Descalzi ha parlato di grandi proiezioni tra Eni e Caracas, di riunioni molto positive e di piani ambiziosi per il futuro, annunciando un piano di investimento completo entro la fine del 2026. L’accordo per Junin-5 si accompagna a un’altra intesa per il rilancio del campo di gas Perla, il più grande giacimento offshore dell’America Latina, che già oggi soddisfa circa il 35% del fabbisogno interno di gas venezuelano e che Eni gestisce in joint venture con Repsol attraverso Cardón IV.

Questa è diplomazia economica nella sua forma più pura: non annunci, non protocolli vuoti, ma presenza fisica, accordi operativi, rischi condivisi nel lungo periodo. Solo un’azienda con una leadership stabile, con una memoria istituzionale profonda e con la fiducia dei governi locali poteva sedersi a Miraflores in quel momento e firmare. Una compagnia che avesse cambiato guida ogni tre anni non avrebbe mai potuto farcela.

L’Africa: il continente dove si decide il futuro

Il Venezuela è l’ultima, in ordine di tempo, di una serie di mosse magistrali. Ma il vero teatro della grandezza strategica di Eni sotto Descalzi resta l’Africa. È qui che il cane a sei zampe ha scritto le pagine più importanti dell’ultima decade, ed è qui che si giocherà il destino energetico dell’Europa nei prossimi 20 anni.

Quando nel 2022 il gas russo scomparve improvvisamente dai calcoli europei, mentre i governi si interrogavano sul da farsi e la speculazione terrorizzava famiglie e industrie, Eni era già in campo. In Algeria, in Congo, in Mozambico, in Egitto: decenni di relazioni costruite mattone per mattone avevano creato una rete di gasdotti, accordi di fornitura e partnership locali che nessun concorrente poteva replicare in tempi rapidi. Descalzi strinse accordi di fornitura accelerata con partner algerini, congolesi ed egiziani in settimane, quando ad altri ci sarebbero voluti anni. Il progetto Coral South Flng in Mozambico, primo impianto galleggiante di liquefazione del gas nell’Africa orientale operato da Eni, divenne immediatamente strategico per la diversificazione delle forniture del Vecchio Continente.

Ma l’Africa non è solo gas e petrolio per Eni. È un progetto di civilizzazione industriale nel solco più nobile della tradizione italiana. Il modello matteiiano di cooperazione equa, non estrattiva, non predatoria, rispettosa delle sovranità e attenta alle comunità locali, è rimasto il dna dell’azienda. Eni ha costruito centri di eccellenza per le energie rinnovabili, ha investito in formazione e in catene locali di fornitura, si è classificata al primo posto nel Corporate Human Rights Benchmark nel 2025. In un continente dove la Russia avanza militarmente, la Cina economicamente e la Turchia geostrategicamente, la presenza italiana è quella che costruisce ponti duraturi, non quelli che si demoliscono al cambiare del regime.

Il Golfo, lo Stretto di Hormuz e la geopolitica del gas

Il Medio Oriente è l’altro fronte dove la continuità della leadership di Eni mostra il suo valore inestimabile. Le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre l’80% dei flussi di petrolio e gnl destinati ai mercati asiatici, non sono mai state così acute dai tempi della guerra Iran-Iraq. In questo quadro, Eni ha consolidato la propria presenza nel progetto North Field East in Qatar, il più grande sviluppo di gnl al mondo, firmando contratti ventennali per la fornitura all’Italia. Ha stretto accordi di lungo periodo in Turchia e in Thailandia. Ha costruito una rete di approvvigionamento diversificata che rende il nostro Paese significativamente meno vulnerabile ai capricci di qualsiasi singolo fornitore o rotta.

Questa è la funzione più silenziosa e più preziosa di Eni: essere la spina dorsale energetica dell’Italia in un mondo che usa l’energia come arma geopolitica. Mentre i governi negoziano alla luce dei riflettori, Descalzi e la sua squadra si muovono nell’ombra costruttiva dei contratti tecnici, delle joint venture operative, delle royalty negoziate equamente, degli investimenti infrastrutturali di lungo periodo. È diplomazia senza bandiere e senza cerimonie: la più efficace.

Dodici anni, cinque mandati: il valore della continuità

Il 6 maggio l’assemblea degli azionisti di Eni ha approvato la quinta conferma consecutiva di Descalzi, con il sostegno del 51,38% degli azionisti presenti. È un record assoluto tra i ceo delle grandi compagnie petrolifere occidentali quotate: nessuno, nella storia moderna delle major, ha guidato una di queste aziende per così a lungo. Il dato non è una curiosità statistica. È il riconoscimento formale di un modello di leadership che quattro governi italiani di segno diverso, da Renzi a Meloni, hanno scelto di preservare perché ne hanno compreso il valore strategico.

Quella continuità è la condizione necessaria di tutto ciò che Eni ha realizzato nell’ultimo decennio. I rapporti con i governi africani, mediorientali, sudamericani si costruiscono in anni di presenza, di incontri, di rispetto degli impegni anche quando è difficile. Descalzi è l’uomo che ha firmato il primo accordo con il governo del Mozambico sul Coral Flng, che ha negoziato di persona le forniture algerine nel 2022, che si è seduto a Caracas mentre il Venezuela era ancora in bilico. Non sono atti di routine: sono atti diplomatici di prim’ordine, compiuti da un manager che è anche un ambasciatore, da un tecnico che è anche un uomo di Stato.

I risultati industriali e finanziari confermano questa lettura. Il 2025 si è chiuso con un tasso di rimpiazzo organico delle riserve del 167%, ai vertici assoluti dell’industria mondiale. La remunerazione agli azionisti ha raggiunto i 5 miliardi di euro. I business della transizione energetica, Plenitude con 5,8 gigawatt di rinnovabili installate e Enilive con tre nuove bioraffinerie aperte nell’anno, hanno ottenuto una valutazione complessiva da investitori istituzionali superiore ai 23 miliardi di euro. Le emissioni di gas serra dell’upstream sono scese del 68% rispetto alla baseline del 2018. È un’azienda che cresce, si trasforma e genera valore allo stesso tempo.

Ma c’è un primato che forse più di ogni altro racconta la grandezza tecnica di Eni: il tasso di successo nelle scoperte esplorative. Da decenni Eni si colloca stabilmente ai vertici assoluti dell’industria petrolifera mondiale per volume di risorse scoperte in rapporto ai capitali investiti, con un palmarino di giacimenti supergiganti che poche compagnie al mondo possono eguagliare. Dal supergigante di gas di Zohr al largo dell’Egitto, che con i suoi 850 miliardi di metri cubi ha rivoluzionato la geopolitica energetica del Mediterraneo orientale, al campo di Perla in Venezuela, tra i più grandi giacimenti offshore mai scoperti in America Latina, fino al bacino del Rovuma in Mozambico con il Coral South che ha aperto all’Africa orientale una nuova era di produzione di gnl: Eni ha il fiuto del cane da caccia, non soltanto la tenacia burocratica del cane a sei zampe. Questo non è un accidente. È il frutto di una cultura tecnica di eccellenza coltivata in decenni, di una scuola geologica e geofisica italiana che non ha eguali in Europa, e di una leadership che viene dal sottosuolo, non dai piani alti della finanza. Descalzi è fisico di formazione, ma ha costruito la sua carriera come geologo di riserve e ha trascorso 20 anni a studiare rocce, strutture e bacini sedimentari prima di assumere responsabilità di vertice. Sa esattamente cosa cerca quando autorizza una campagna esplorativa, e sa perché vale la pena rischiare.

Il fil rouge con Mattei: non nostalgia, ma metodo

Il 29 aprile 2026, mentre Descalzi atterrava a Caracas per firmare l’accordo su Junin-5, l’Italia celebrava il 120esimo anniversario della nascita di Enrico Mattei. A Matelica, nelle Marche, ambasciatori di decine di paesi si erano riuniti per rendere omaggio all’uomo che aveva sfidato le Sette Sorelle, inventato la cooperazione energetica equa e fatto dell’Eni uno strumento di politica estera prima ancora che un’azienda. Dal palazzo di Miraflores, il comunicato del giorno dopo sembrava quasi una risposta silenziosa attraverso il tempo.

Mattei era figlio di un brigadiere dei Carabinieri di Acqualagna. Aveva iniziato come operaio. Quando il governo De Gasperi gli aveva chiesto di liquidare l’Agip, aveva risposto costruendo Eni. Aveva offerto agli stati africani e mediorientali accordi al 50-50 in un’epoca in cui le grandi compagnie si portavano via tutto. Aveva visitato Mosca nel 1959, nel pieno della Guerra Fredda, per assicurare all’Italia forniture indipendenti. Era morto nel 1962, probabilmente assassinato, perché aveva disturbato troppi potentati. Ma il metodo sopravvive: presenza, relazioni, rispetto, equità, pazienza strategica.

Descalzi non è Mattei e nessuno lo sarà. Ma il metodo con cui guida Eni ha consonanze profonde con quella tradizione. L’idea che un’azienda energetica di Stato sia anche uno strumento di interesse nazionale, che le relazioni si costruiscano in decenni e non si improvvisino alla vigilia di una crisi, che i paesi produttori vadano rispettati come partner e non sfruttati come pozzi: questo è Mattei, ed è anche Descalzi.

Un quinto mandato per un tempo straordinario

Il mondo dell’energia nel 2026 non assomiglia a nessuna epoca precedente. La transizione climatica e la competizione geopolitica si sovrappongono in modi che nessun libro di testo aveva previsto. Gli Stati Uniti di Trump ridisegnano le alleanze energetiche in base a calcoli di potere che sfidano decenni di multilateralismo. La Cina avanza in Africa con la stessa determinazione con cui Mattei avanzava nel Dopoguerra. Il Medio Oriente è attraversato da tensioni che potrebbero ridisegnare le rotte del gnl da un giorno all’altro. Il Venezuela rinasce dalle ceneri del chavismo ma è ancora in cerca di un equilibrio. Il Sahel brucia.

In questo scenario, la scelta del governo italiano di rinnovare la fiducia a Descalzi non è soltanto la conferma di un buon gestore. È la scelta consapevole di preservare un capitale diplomatico e strategico che l’Italia ha costruito in decenni di lavoro paziente. È il riconoscimento che Eni non è solo un’azienda energetica: è un’estensione della politica estera italiana in aree del mondo dove la bandiera tricolore altrimenti non arriva. È il veicolo attraverso cui l’Italia parla con l’Africa, con il Venezuela post-Maduro, con il Golfo Persico, con i paesi del Mediterraneo allargato.

Nessuna altra compagnia europea può vantare una rete di questa ampiezza e profondità. Nessun altro ceo occidentale del settore ha accumulato un capitale di relazioni personali paragonabile. Questo è il senso più alto della riconferma di Descalzi: non premiare il passato, ma armare il futuro.

Il cane a sei zampe cammina ancora

Il cane a sei zampe, simbolo di Eni dai tempi di Mattei, quando evocava la forza di un animale da lavoro capace di attraversare qualsiasi terreno, cammina ancora. Cammina a Caracas mentre il Venezuela rinasce. Cammina nel Sahel mentre l’Europa si interroga su come non perdere l’Africa. Cammina nel Golfo mentre le tensioni attorno a Hormuz tengono i mercati in apnea. Cammina in Italia, dove la rete di bioraffinerie e rinnovabili costruita in silenzio ridisegna il profilo industriale del Paese.

Lo fa con la continuità di una guida che non ha mai cambiato bussola: tecnica, relazionale, strategica. Con la pazienza di chi costruisce per il lungo periodo in un mondo che ragiona per cicli trimestrali. Con la visione di chi sa che l’energia non è una commodity come le altre, ma il nervo scoperto attorno a cui si decidono la pace e la guerra, la prosperità e la miseria, la sovranità e la dipendenza.

Enrico Mattei avrebbe riconosciuto questo metodo. E forse, nel silenzio di Acqualagna, ne sarebbe fiero.

L’articolo Descalzi al quinto mandato: l’Eni rimane al centro del mondo è tratto da Forbes Italia.

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