Chiara Camoni, prima donna con una personale al Padiglione Italia: “La Biennale? Una responsabilità verso il mio Paese”

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Abbiamo intervistato Chiara Camoni, classe 1974, piacentina d’origine ma toscana d’adozione, che è la prima donna nella storia della Biennale a ricevere una mostra personale in qualità di rappresentante del nostro paese. L’artista racconta cosa significa essere rappresentante dell’arte italiana nel mondo e le caratteristiche di una pratica artistica molto particolare. 

Chiara, sei la prima donna a ricevere una mostra personale al Padiglione Italia della Biennale di Venezia.

Questa tua osservazione mi dà una misura di quanto siamo indietro culturalmente verso una parità effettiva fra i generi.

Un padiglione lontano dall’ambizione di un Gian Maria Tosatti o da progettazioni complesse, ma ricondotto ad una scala umana. Con la curatrice Cecilia Canziani, come avete concepito questa mostra?

Sono contenta che la dimensione umana delle opere sia un tratto evidente della mostra. Per Con te e con Tutto al Padiglione Italia ho voluto dare fiducia alle opere e alla loro pregnanza, in una visione in cui la scala che ho dato al lavoro è sempre umana, determinata dalla lunghezza delle mie braccia. Ho deciso, infatti, di non farmi intimidire dallo spazio. Delle tese dell’Arsenale, infatti, ho scelto di rivelare la natura buia, maestosa e intima, simile a quella di una cattedrale gotica, che respira e vive nel costante dialogo con le opere. Infine, un criterio che anima il mio lavoro è un certo pudore nell’uso dei materiali: in un mondo saturo di oggetti e immagini, mi domando sempre dove vadano a finire le cose che fabbrichiamo. Ho selezionato quali materie prime, materiali riciclati e ritrovati ai quali ho voluto cambiare il segno. Sono pienamente consapevole della natura transitoria del mio lavoro. Anche questa mostra vive fra i due poli del fare e del disfare, della costruzione e della distruzione, che sono molto forti nella mia opera.

Il tuo approccio collaborativo alla realizzazione dell’opera è molto interessante. Puoi spiegarcelo?  

La mia pratica artistica è molto legata alla presenza di un gruppo di lavoro, che all’inizio era composto da mia nonna e dai miei figli. Oggi il gruppo è composto da chi frequenta il mio studio e anche da alcuni studenti vengono dall’estero per partecipare al lavoro. A questa mostra alle Tese dell’Arsenale abbiamo lavorato in dodici persone, secondo il ritmo quotidiano del mio lavoro. Generalmente ci raccogliamo attorno allo stesso tavolo, dove alcune sculture sono realizzate a mano dall’assemblaggio di piccoli pezzetti, mentre altre sono realizzate da me e hanno le dimensioni delle mie braccia. I gruppi si formano e si dissolvono e, mano a mano che i volti delle figure femminili si materializzano, queste figure portano con sé indizi e fattezze particolari che le rendono simili anche alle persone con cui lavoro.

E la collaborazione con Cecilia Canziani, la curatrice del Padiglione?

Con lei possiamo parlare di una condivisione naturale legata a un’amicizia. Lo stesso titolo della mostra, Con te e con Tutto, non è casuale e parla dell’apertura verso l’altro. Dal titolo è nata anche la parte dell’installazione, che vive del rapporto diretto e interattivo fra la mia opera, la storia e il nostro passato, con cui ho voluto tenere aperto un dialogo concettuale fatto di spunti e risposte. Ad esempio, ho ricevuto in prestito dalla Fondazione Rovati un’anfora etrusca. La mia opera nasce dalla fiducia nelle relazioni e nelle sollecitazioni esterne che ne derivano.

Parliamo della tua carriera, invece. Lavori da vent’anni e i riconoscimenti più alti sono arrivati soltanto ora. Come te lo spieghi?

Prima della biennale ho partecipato ad alcune mostre all’estero, in cui ho cominciato a mettere alla prova il mio lavoro in spazi ampi e impegnativi, come quella curata da Alice Motard al Capc, Musée d’Art Contemporain di Bordeaux o quella al Mamcs di Strasburgo. Poi sono seguite le mostre curate da Elena Volpato alla Gam di Torino e a Hangar Bicocca.

Possiamo dire che sei stata riconosciuta prima all’estero che in Italia?

Diciamo che sono stata apprezzata prima all’estero.

Questa Biennale, per te, cosa rappresenta?

Questa Biennale, per me, è il prodotto di un percorso di crescita e di maturità personale e artistica, legato ai miei cinquantadue anni, e si caratterizza per un’opera solida e strutturata. L’ho vissuta come una responsabilità importante legata al rappresentare il mio paese nel mondo. Sotto il profilo della mia carriera, più che un punto di arrivo, la vivo come uno snodo importante che l’anno prossimo mi regalerà altre tappe fondamentali, come una mostra in una galleria importante a New York, una a Roma e una ad Aix-en-Provence. Ma non posso dirvi di più.

Una carriera in sviluppo organico, non repentino.

La mia vita è sempre scandita da questo ritmo e tempo, che poi è legato alla crescita dei miei figli (n.d.r. Camoni ha due figli di diciassette e undici anni) e al ritmo quotidiano del lavoro nel mio studio. Se amo viaggiare e incontrare persone, ciò che più amo è il tempo trascorso nel mio studio a lavorare.

L’articolo Chiara Camoni, prima donna con una personale al Padiglione Italia: “La Biennale? Una responsabilità verso il mio Paese” è tratto da Forbes Italia.

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