L’eredità blindata e chi comanda in Delfin: dentro la successione di Leonardo Del Vecchio
A cura di Vittorio Occorsio, notaio e professore ordinario di diritto privato all’Università Mercatorum
Della successione di Leonardo Del Vecchio si parla molto, quasi sempre in termini di chi si allea con chi, quali quote passano di mano, quale erede prevale. Vale la pena guardarla altrimenti, perché è l’architettura successoria di un grande imprenditore italiano e merita un approfondimento tecnico.
Il testamento di Leonardo Del Vecchio
La successione si è aperta il 27 giugno 2022. Il de cuius risiedeva nel Principato di Monaco, ma poiché il regolamento Ue 650/2012 àncora la legge applicabile alla residenza abituale, nozione di fatto che non coincide con l’anagrafe, salva la scelta testamentaria della legge di cittadinanza, si è poi applicato il diritto italiano, come risulta dalla Gazzetta Ufficiale del 1 luglio 2023, che ha pubblicato lo stato di graduazione dei creditori dell’eredità accettata con beneficio d’inventario.
Gli atti rivelano due testamenti, del 10 ottobre 2017 e del 30 marzo 2021. Il primo è coevo alla riscrittura dello statuto di Delfin: i due documenti furono progettati insieme, e al testamento spetta perciò un ruolo centrale, non residuale. Esso ha diviso il capitale della holding in otto quote uguali del 12,5%, assegnate nel settembre 2023, e ha aggiunto legati di azioni EssilorLuxottica ai manager, da cui il contenzioso sull’imposta: questione classica, giacché l’onere grava sul legatario salvo che il testatore lo ponga a carico dell’eredità.
Il ‘legato manageriale’ è fra gli istituti più interessanti di questa storia, non ancora studiato a fondo, ma capace di offrire soluzioni in un capitalismo familiare dove la dialettica tra proprietà e management è spesso problematica.
Il sistema di maggioranze
Il sistema dei quorum regge il disegno successorio. Secondo le ricostruzioni della stampa specializzata, lo statuto di Delfin attribuisce ogni decisione gestoria al consiglio, composto da manager designati dal fondatore, e riserva ai soci poche materie con maggioranze crescenti: il bilancio con cinque quote su otto, il trasferimento fra soci con sei, l’unanimità per modificare lo statuto, sostituire i manager, sciogliere la società.
Si coglie bene il calcolo: una soglia dell’88%, su quote da un ottavo, è un’unanimità travestita, poiché sette quote su otto valgono l’87,5%. Ogni titolare ha così un veto sulle decisioni fondamentali, e la gestione resta sottratta ai soci.
La governance
La governance opera in senso inverso alla generalità dei casi: qui protegge la società dal proprio azionista. Lo statuto di EssilorLuxottica stabilisce infatti, all’articolo 23, che nessuno possa esprimere più del 31% dei diritti di voto, con formula che neutralizza la quota eccedente il 34% del capitale; il tetto decade solo se qualcuno giunge ai due terzi all’esito di un’offerta sulla totalità.
Lo stesso articolo esclude, in deroga espressa all’articolo L. 225-123 del code de commerce, il voto doppio per le azioni detenute stabilmente: rinuncia a un vantaggio che avrebbe portato la holding vicino alla maggioranza assoluta dei voti. E in caso di parità il voto del presidente non prevale, riflesso del consiglio paritetico del 2017, quando l’Autorité des marchés financiers la esonerò dall’offerta obbligatoria pur oltre la soglia del 30%.
Valvole di sicurezza
Può una struttura così serrata imprigionare i soci? Il diritto lussemburghese, meno rigido di quanto appaia, dice di no. L’articolo 710-12 della legge del 10 agosto 1915 subordina la cessione a terzi all’approvazione dei soci che rappresentino i tre quarti del capitale, ma il rifiuto non chiude la partita: apre un termine di tre mesi, prorogabile dal giudice, entro cui i soci o la società possono acquistare o far acquistare le quote, a prezzo statutario e non secondo l’offerta del terzo. Scaduto invano il termine, il socio può cedere.
Chi vuole bloccare deve comprare. È l’unico punto in cui l’architettura cede: non per dimenticanza del progettista, ma perché il diritto societario non tollera soci prigionieri.
Che cosa insegna il caso Del Vecchio (e come può finire)
Il caso resiste alle semplificazioni, ed è questo a renderlo istruttivo. Non è una successione bloccata da un errore di progettazione né un congegno che funziona da solo, ma un sistema in cui ogni presidio produce insieme l’effetto voluto e il suo rovescio: l’unanimità che protegge dalle decisioni sbagliate protegge anche dalle decisioni.
L’architettura restringe da sé il campo degli esiti. La riforma consensuale dello statuto è la più risolutiva e insieme la meno probabile, richiedendo il consenso di tutti e otto gli eredi. La concentrazione delle quote è la via più battuta, ma l’aritmetica non premia la maggioranza relativa: finché un solo titolare conserva la propria quota il veto resta intatto, e chi arrivasse al 37,5% non deciderebbe più di prima. Resta l’uscita, che l’articolo 710-12 tiene aperta obbligando chi voglia conservare gli equilibri a rilevare. La quarta possibilità è la più prosaica: che non accada nulla, e che la holding continui a funzionare come il fondatore l’aveva immaginata, indipendentemente dai soci.
Un punto, però, la cronaca tende a perderlo. Qualunque sia l’esito, l’assetto della quotata cambia poco: il tetto del 31% opera verso chiunque e cade solo davanti a un’offerta sulla totalità. Ciò che si decide nella holding riguarda dividendi e nomine, non il controllo di EssilorLuxottica. Che è, con evidenza, il risultato per cui quei due statuti furono scritti.
L’articolo L’eredità blindata e chi comanda in Delfin: dentro la successione di Leonardo Del Vecchio è tratto da Forbes Italia.
