Wall Street e il nucleare pulito da portare in Italia: dentro la scommessa di newcleo

Condividi

Contenuto tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Il 5 novembre 1991 il governo americano riunì un gruppo di geologi, fisici, ingegneri, architetti, linguisti, scrittori e artisti nel deserto del New Mexico, una quarantina di chilometri a est della cittadina di Carlsbad. Li portò a visitare la Waste Isolation Pilot Plant, un deposito geologico a 660 metri di profondità, scavato in una formazione di sale e pensato per conservare rifiuti radioattivi per diecimila anni. Assegnò loro un compito: studiare un sistema per avvertire del pericolo degli scarti nucleari gli esseri umani che passeranno di lì tra qualche millennio. L’architetto Mike Brill suggerì di disseminare il paesaggio di gigantesche spine, l’artista Jon Lomberg un fumetto che illustrasse le conseguenze di un contatto con le scorie. L’astronomo Carl Sagan, invitato ma assente, inviò una lettera per consigliare un simbolo simile al Jolly Roger, la bandiera dei pirati.

È un problema che ha un proprio campo di studi, chiamato semiotica nucleare. Prima e dopo il 1991, altri hanno proposto di allevare una razza di gatti che cambia colore in presenza di radiazioni, di istituire un ordine di sacerdoti atomici che tramandino il pericolo attraverso miti e rituali, di prendere spunto dall’Urlo di Munch in quanto simbolo universale di paura. Altri ancora hanno sostenuto la strategia del silenzio: qualsiasi messaggio, dicono, alimenterebbe la curiosità e trasformerebbe i siti di stoccaggio in attrazioni. Meglio presentarli come luoghi qualsiasi, dove nessuno avrà interesse a guardare.

La gestione delle scorie è da sempre uno degli assilli dell’industria atomica. Tutte le aziende del nucleare di nuova generazione promettono, se non di risolverlo, almeno di attenuarlo. La startup italo-francese newcleo dice di poterlo ribaltare. L’idea è usare una miscela di plutonio e uranio, ricavati dagli scarti di altri impianti, come combustibile per i reattori. Bruciare scorie anziché produrne, quindi. “Esistono già reattori che usano questa miscela, ma la possono riciclare una sola volta”, dice l’amministratore delegato, Stefano Buono. “Il nostro, come quelli di alcuni concorrenti, permette di continuare a reimmetterla nella macchina. Si può chiudere il ciclo del combustibile”. Per alimentare gli impianti, assicura Buono, non servirà estrarre nuovo uranio: quello già disponibile basterà per secoli. Gli unici scarti sarebbero i ‘prodotti di fissione’, cioè i frammenti più leggeri che originano dalla rottura dell’uranio e del plutonio. Sostanze che rimangono radioattive per circa 300 anni, contro le centinaia di migliaia di anni dei rifiuti delle centrali tradizionali.

La nascita

Buono, nato ad Avellino nel 1966, aveva già provato a cambiare il nucleare molti anni fa. Nel 1994, quando lavorava al Cern di Ginevra, il premio Nobel Carlo Rubbia lo volle con sé per sviluppare un reattore pulito e sicuro. Il progetto fallì: ancora scioccate dal disastro di Chernobyl, l’Italia e buona parte dell’Europa avevano chiuso all’energia atomica. Buono acquistò un brevetto del gruppo di lavoro e, nel 2002, fondò un’azienda di medicina nucleare, Advanced Accelerator Applications. Nel 2015 la quotò al Nasdaq, tre anni dopo la cedette a Novartis per 3,9 miliardi di dollari.

Per qualche tempo si allontanò dal settore: investì una parte dei soldi in decine di aziende innovative e divenne presidente di Liftt, un fondo di venture capital che sostiene startup tecnologiche. Prese la stessa carica in Planet Smart City, una società che costruisce quartieri residenziali a basso costo e che sta provando a rilanciarsi dopo problemi finanziari, cause tra soci e accuse (negate) di disservizi. Dopo qualche anno si convinse che la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili aveva riavvicinato l’opinione pubblica al nucleare, e nel 2021 fondò newcleo assieme all’ingegnere Luciano Cinotti e alla fisica francese Elisabeth Rizzotti.

Che cosa fa newcleo

La società, nata in Inghilterra e oggi con sede a Parigi, vuole costruire piccoli reattori da 200 megawatt elettrici, quasi cilindrici, alti sei metri e con un diametro di sette, che possono essere aggiunti a blocchi a seconda dell’energia necessaria. Prevede di realizzarli in serie, a costi inferiori a quelli delle centrali tradizionali. “Non divulghiamo i dettagli, ma posso dire che il risparmio non è tanto nel rapporto euro/watt installati, quanto nei tempi di costruzione”, spiega Buono. Lo scorso anno la World Nuclear Association calcolava che il tempo medio di costruzione dei reattori collegati alle reti elettriche globali nel 2024 è stato di nove anni e mezzo. Newcleo intende scendere a tre.

Il modello economico prevede di cedere in licenza il design del reattore, di gestire il processo di costruzione e, soprattutto, di vendere il combustibile a base di uranio e plutonio, chiamato Mox (mixed oxide fuel, combustibile a ossido misto). “Non vogliamo essere proprietari di centrali nucleari”, precisa Buono, “anche se non escludiamo di avere quote”.

La tecnologia

newcleo trasporto precursor
Il componente principale del reattore non nucleare che newcleo sta costruendo al Centro Enea del Brasimone.

Dal punto di vista tecnologico, tra i fondamenti del progetto c’è l’uso del piombo per raffreddare il reattore, al posto dell’acqua dei sistemi tradizionali. È un’idea concepita da scienziati sovietici intorno alla metà del Novecento. Negli anni ‘70 l’Urss, per esempio, usò una miscela di piombo e bismuto per i reattori di sette sottomarini – la Classe Alfa – tra i più veloci della storia. L’applicazione in ambito civile potrebbe aiutare a raggiungere la ‘sicurezza intrinseca’, cioè un design tale per cui, in base alle leggi della fisica, in caso di problemi i reattori si spengono o si stabilizzano senza bisogno di intervento umano, anche in assenza di corrente elettrica. Il reattore non si surriscalderebbe, non potrebbero verificarsi esplosioni e il piombo bloccherebbe scorie volatili e radiazioni.

“La sicurezza intrinseca è un obiettivo anche per reattori di altri tipi”, precisa Annalisa Manera, docente di sistemi nucleari al Politecnico di Zurigo. “La probabilità di incidenti come quello di Chernobyl è zero anche per i reattori ad acqua che operano in Occidente o per tutti i reattori russi costruiti negli ultimi 40 anni. È vero, però, che il reattore al piombo rende più facile ottenere alcuni requisiti”. Ciò non significa che risolva tutti i problemi del nucleare. “Sistemi come quello di newcleo e di alcuni concorrenti riducono di molto la quantità di scorie con una vita di centinaia di migliaia di anni, ma non la azzerano. Perciò serve comunque un deposito geologico a lungo termine. E sono proprio i rifiuti con vita più breve – gli stessi dei reattori tradizionali – quelli che necessitano di maggiori barriere per il contenimento. Sono più mobili e solubili in acqua. Le soluzioni tecniche per un contenimento sicuro e a lungo termine esistono, in ogni caso”.

Poi ci sono le incognite di una tecnologia ancora da esplorare. “Non esistono ostacoli teorici”, dice la professoressa, “ma questioni operative. Il piombo, per esempio, è molto corrosivo. Servono materiali capaci di resistere alle condizioni di funzionamento del reattore per tutto il suo ciclo di vita, cioè 40-60 anni. L’unica nazione che ha esperienza con reattori al piombo è la Russia. E quando non si ha esperienza di una tecnologia, prevedere con precisione i tempi di sviluppo è difficile”.

780 milioni di motivi per provare

Buono ammette che newcleo deve “ottimizzare molti passaggi”, ma non ritiene abbia davanti ostacoli “critici per il successo”. Considera già i materiali esistenti, per esempio, “adatti alle temperature a cui contiamo di operare”. L’azienda vuole cominciare entro la fine dell’anno la sperimentazione di alcuni sistemi di un impianto non nucleare sviluppato assieme all’Enea (l’agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) al centro del Brasimone, sull’Appennino bolognese. Prevede per il 2031 la prima linea di produzione del combustibile, per il 2032 il primo impianto commerciale. Per realizzarli ha raccolto 780 milioni di dollari da investitori come Exor Seeds, Danieli, la Cementir del gruppo Caltagirone, le famiglie Drago (alla guida di De Agostini) e Malacalza. Oggi impiega circa mille persone, di cui più della metà in Italia. Un altro 40% è in Francia, dove l’azienda è coinvolta in France 2030, il piano del governo da 54 miliardi di euro per la transizione ecologica e la sovranità tecnologica.

Negli ultimi mesi, però, newcleo ha spostato il baricentro verso l’America. Nell’ottobre 2025 ha firmato un accordo con Oklo, azienda di reattori sostenuta da Sam Altman di OpenAI, per investimenti miliardari negli Stati Uniti. A maggio è stata scelta dal governo di Washington, sempre con Oklo, per negoziati avanzati su 20 tonnellate di plutonio dei tempi della Guerra Fredda da trasformare in combustibile. Ha trasferito i piani per la prima fabbrica di Mox e il primo reattore commerciale dalla Francia agli Stati Uniti. Ed entro fine anno approderà al Nasdaq. “Quando l’amministrazione ha deciso di cominciare a riciclare combustibile, siamo diventati attraenti per il mercato americano”, spiega Buono. “Abbiamo guadagnato una visibilità che ci permette una quotazione negli Stati Uniti anziché in Europa”.

Newcleo verso Wall Street

Newcleo potrebbe raccogliere fino a 429 milioni di dollari, a una valutazione di 2,4 miliardi. Non si quoterà con un’Ipo tradizionale, ma via Spac, cioè tramite una fusione con una società apposita, già quotata. Una procedura in voga tra il 2020 e il 2021, ma spesso guardata con scetticismo. Tra le altre cose, non prevede l’esame delle banche d’affari tipico delle quotazioni tradizionali e, come spiega l’analista di Xtb David Pascucci, è associata a una maggiore volatilità. Buono dice di avere scelto questa strada perché è la più veloce: “Partecipavamo alla gara per la riconversione del plutonio, e avere una veste ‘più americana’ ci avrebbe aiutati. Perciò volevamo trovare investitori statunitensi il prima possibile”.

La scelta di quotarsi in America ha suscitato critiche in Europa. In Italia, per esempio, il sottosegretario al ministero dell’Economia Federico Freni ha accusato newcleo di non avere valutato i benefici del regime agevolato per le quotazioni previsto dal nuovo Testo unico della finanza. “Sono sorpreso perché l’azienda rimane italo-francese, quindi europea”, commenta Buono. “Siamo solo andati a cercare denaro dove ci sono molti più capitali per chi fa innovazione e dove, se un’azienda perde 100 milioni di euro in un anno, non fa scandalo. I mercati europei non sono ancora preparati a un’innovazione così aggressiva. Per andare veloci bisogna spendere tanti soldi subito, e quindi accettare grandi perdite”.

Orizzonte 2032

Centro Enea Brasimone
Il Centro Enea del Brasimone, sull’Appennino bolognese.

Nei documenti depositati in vista della quotazione alla Securities and Exchange Commission (la Consob americana), si legge in effetti che newcleo ha perso 324 milioni di euro dalla costituzione e 140 milioni lo scorso anno. La liquidità è scesa dai 193 milioni del 2024 ai 105 del 2025. I ricavi, legati soprattutto a società acquisite negli anni, sono intorno agli 80 milioni di dollari. Numeri che hanno indotto i revisori di Grant Thornton a includere nella loro valutazione un avvertimento sui rischi per la continuità aziendale.

Per Giancarlo Giudici, professore di finanza aziendale al Politecnico di Milano, le perdite sono “fisiologiche” per un’azienda deeptech come newcleo. “Tesla si è quotata nel 2010, anno in cui ha registrato una perdita di 154 milioni di dollari”, aggiunge. Semmai, “possiamo chiederci se sia opportuno portare una società in questa fase pre-commerciale, ancora molto primordiale e caratterizzata da un rischio tecnologico, regolamentare e di mercato significativo, alla portata dei piccoli risparmiatori. Non a caso esistono canali dedicati a questo tipo di iniziative imprenditoriali, come il venture capital”.

Di certo, per arrivare al 2032 newcleo avrà bisogno di molti altri capitali. “La fabbrica di combustibile costerà circa 2,5 miliardi di dollari, il primo reattore più o meno altrettanto”, spiega Buono, che è comunque convinto di trovare i fondi. “Il prototipo del Brasimone è così sofisticato che non avremo bisogno di un reattore nucleare dimostrativo. In sostanza, il primo reattore che costruiremo sarà già commerciale, genererà ricavi, e questo diminuisce molto il rischio economico. Potremo finanziarlo in parte con debito o project financing”, cioè rimborsando i finanziatori con gli introiti generati dall’impianto stesso.

Concorrenza atomica

Newcleo si muove in un mercato popolato di aziende – in parte nate molti anni prima – con diverse proposte tecnologiche e grandi risorse. TerraPower, fondata da Bill Gates, ha raccolto più di un miliardo e mezzo di dollari. X-Energy ha realizzato ad aprile la più grande quotazione nella storia del nucleare e vale 7,5 miliardi, una cifra simile a quella della Oklo di Sam Altman. In Europa, il governo britannico ha stanziato miliardi di sterline per un programma di reattori modulari affidato a Rolls-Royce. E alcune società potrebbero arrivare sul mercato in netto anticipo su newcleo: TerraPower, ad esempio, guarda al 2030, Oklo addirittura al 2027 o al 2028.

Buono è convinto che non sia un problema, “perché la richiesta al momento è così alta che non ci aspettiamo una vera competizione fino agli anni ‘40. Noi stessi collaboriamo con alcune di queste aziende perché, a oggi, non le sentiamo come concorrenti”. A sei anni dal debutto sul mercato previsto, newcleo dichiara già “opportunità di sviluppo mature”, cioè una probabile domanda, per 9,2 GWe, pari a 46 reattori. In caso di competizione, poi, Buono cita una valutazione dell’agenzia Ocse per l’energia nucleare, secondo cui il reattore di newcleo sarebbe il secondo più maturo al mondo tra quelli di quarta generazione, preceduto solo da quello di Bill Gates.

All’orizzonte ci sarebbe anche un altro genere di concorrenza. Altre startup ritengono di poter costruire reattori basati sulla fusione nucleare: la reazione che alimenta le stelle, l’opposto della fissione su cui si basano i reattori nucleari di oggi. Per molti è il ‘Sacro Graal dell’energia’: una fonte pulita, sicura, virtualmente inesauribile. Alcune delle aziende più grandi e delle persone più ricche del mondo stanno scommettendo miliardi: la sola Commonwealth Fusion Systems, spin-off del Mit, ha raccolto 4 miliardi di dollari da investitori come Google, Nvidia, Eni, il finanziere George Soros, Bill Gates e Marc Benioff di Salesforce. Buono, però, non la considera una minaccia: “Gli impianti a fusione saranno molto più costosi dei sistemi attuali. È difficile sapere se un giorno saranno competitivi”.

Il nucleare in Italia

L’ad avrebbe anche un’aspirazione che va al di là di questioni commerciali: contribuire a riportare in Italia il nucleare, abbandonato con i referendum del 1987. Da anni si discute di tornare indietro, per ragioni ambientali, di indipendenza e di costo dell’energia, e a giugno la Camera ha approvato il disegno di legge delega per definire le regole del nucleare di nuova generazione.

Newcleo è stata due volte sul punto di essere toccata direttamente. Nel 2024 Bloomberg rivelò il suo possibile coinvolgimento in una nuova società italiana del settore. Alla fine a formare Nuclitalia furono invece solo aziende partecipate: Enel, Ansaldo e Leonardo. Nel 2025 i ministri Pichetto Fratin e Urso comunicarono l’interesse del governo per un investimento pubblico in newcleo. Alcune fonti parlarono di un’operazione da 200 milioni di euro, poi bloccata per il parere contrario della Lega. “Con un ingresso dello Stato, forse non avremmo potuto quotarci al Nasdaq”, commenta Buono. “I nostri investitori sono probabilmente contenti che le cose siano andate così”.

In Italia newcleo ha acquisito alcune aziende e ha accordi con imprese come Fincantieri, Rina, Saipem e Maire per studiare applicazioni della sua tecnologia a vari ambiti. Ora aspetta “che sia creata un’autorità di sicurezza per poter chiedere la licenza per il reattore anche in Italia” e pensa di “vendere energia e calore a siti industriali che consumano molta energia”. Ma i piani dipenderanno, almeno in parte, da scelte della politica e dei cittadini.

C’è chi dice no

Lo scetticismo sul nucleare esiste ancora. Tra le ragioni non ci sono solo le scorie e la sicurezza, ma anche i tempi lunghi: lo stesso governo stima che nel 2040 il nucleare potrà coprire il 3,5% del fabbisogno elettrico. Sul lato economico, Ey ha calcolato il costo dell’energia prodotta da un reattore da 100 MWe in 107 euro/MWh: molto meno del Prezzo unico nazionale, riferimento all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia, che il 20 agosto era di 181 euro. Un prezzo più alto, però, rispetto a quello dell’energia da altre fonti rinnovabili, obietta Andrea Barbabella, responsabile dell’area clima ed energia della Fondazione per lo sviluppo sostenibile: “Nella migliore delle ipotesi – tutte da dimostrare – il nucleare a fissione sarà in grado di produrre energia elettrica ad almeno il doppio del costo di eolico e fotovoltaico”.

Oggi gli italiani sembrano meglio disposti che in passato verso il nucleare: secondo un sondaggio di Demopolis per la trasmissione Otto e mezzo, il 51% sarebbe favorevole. Almeno in teoria. Perché poi entra in gioco il principio del ‘non nel mio giardino’: solo il 35% accetterebbe una centrale nella propria provincia. Sì al nucleare, purché sia da un’altra parte.

L’articolo Wall Street e il nucleare pulito da portare in Italia: dentro la scommessa di newcleo è tratto da Forbes Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *