Patrimoni milionari e carriere brevi, le vere sfide degli atleti globali secondo Luca Ferrari
Novak Djokovic, Boris Becker, Lewis Hamilton, Oliver Bierhoff, Pavel Nedved, Zlatan Ibrahimovic, Gareth Bale, Paulo Dybala e Jürgen Klopp. Sono alcuni dei grandi nomi dello sport che negli anni sono stati assistiti da Luca Ferrari, responsabile globale del settore sport di Withers, law firm internazionale specializzata nella gestione dei grandi patrimoni. Con lui abbiamo fatto il punto sulle principali necessità patrimoniali di chi ha carriere di successo, ma tendenzialmente brevi, e vuole assicurarsi un futuro sereno.
Molti atleti professionisti e celebrità guadagnano in pochi anni cifre in grado di sostenerli per tutta la vita. È realistico aspettarsi che un ventenne di successo sia in grado di gestire responsabilmente un ingente patrimonio?
C’è un paradosso evidente: la saggezza nella vita arriva con l’esperienza, cioè con l’età; un atleta di talento, invece, raggiunge il massimo successo quando è ancora giovanissimo. Deve quindi prendere decisioni economiche e personali importanti prima di raggiungere la piena maturità. Inoltre, la carriera sportiva è breve: nella maggior parte dei casi si conclude prima dei 35 anni, mentre il patrimonio costruito in quell’arco di tempo dovrebbe sostenere per il resto della vita. Non vale solo nello sport, ma anche nel mondo dello spettacolo, dove gli artisti possono avere momenti di grande successo e improvvise battute d’arresto. Occorre saper pianificare tenendo presente questo rischio.
Il successo può diventare una gabbia dorata, e il principale rischio per un atleta o un artista che diventa celebrità è perdere il contatto con il mondo reale.
L’immagine della gabbia dorata è molto efficace. Fin dall’adolescenza molti atleti vivono una sorta di missione totalizzante: allenamenti, gare, viaggi, pressione mediatica. Tutto ruota attorno alla prestazione. Questo significa che spesso hanno pochissimo spazio per una vita sociale normale o per confrontarsi con esperienze diverse. Pensiamo a quanto sia sottile il margine tra successo e sconfitta nello sport di alto livello: pochi centimetri in una staccata a oltre duecento chilometri orari nel motociclismo, pochi centesimi nello sci, un singolo tiro nel basket. Per raggiungere quella precisione serve una concentrazione quasi ossessiva, che inevitabilmente restringe lo spazio per tutto il resto. Così si forma la bolla. Un grande campione vive circondato da attenzioni, ammirazione, privilegi. Ma spesso si sente anche molto solo. Il modo migliore per non farsi ‘ingabbiare’ è investire sulla propria crescita personale. Chi riesce a farlo scopre spesso che una vita extra-sportiva ricca non ostacola il successo agonistico, anzi lo incrementa: non è un lusso, ma una forma di bilanciamento.
La famiglia può essere sia un’ancora di equilibrio, sia un fattore destabilizzante. Dove dovrebbe essere il confine tra sostegno familiare e partecipazione nella carriera e nelle decisioni economiche dell’atleta?
La famiglia può essere un punto di riferimento fondamentale. In molti casi è proprio la solidità dell’ambiente famigliare a permettere a un giovane campione di trovare la sua migliore condizione psichica, emotiva e fisica. Il problema nasce quando l’affetto si trasforma in ingerenza. La storia dello sport conta molti esempi di genitori o parenti che hanno condizionato negativamente le prestazioni, e a volte danneggiato l’immagine di grandi campioni. Il punto chiave è riconoscere i ruoli e le competenze, proprie e altrui.
Quale ruolo dovrebbe avere l’entourage dell’atleta nel bilanciare la massimizzazione dei guadagni e il benessere personale nel lungo periodo?
L’entourage ha una responsabilità enorme. Agente-manager, consulente patrimoniale, avvocato, fiscalista, preparatore, allenatore, mental coach: tutti contribuiscono a costruire l’ecosistema che circonda il campione. Un atleta di vertice deve gestire rischi di ogni tipo. Il compito dell’entourage è costruire un equilibrio sostenibile nel tempo. È quindi importante avere professionisti competenti e soprattutto indipendenti, capaci di contraddire, quando è il caso.
Gli scandali finanziari, fiscali o legati al gioco che coinvolgono atleti sono spesso attribuiti a cattivi consulenti o a fiducia malriposta. Gli atleti diventano così vittime di un sistema o restano responsabili delle proprie scelte?
La fiducia malriposta è uno dei problemi più frequenti. Molti sportivi finiscono per affidarsi a consiglieri improvvisati, amici o conoscenti premiati più per l’assiduità che per meriti oggettivi. Il gatto e la volpe sono sempre in agguato. Sembra impossibile, ma anche quando dovrebbero suonare tutti gli allarmi, i nostri eroi si lasciano affabulare, inseguendo investimenti miracolosi, opportunità straordinarie. Va detto, poi, che le celebrità sportive non possono fare una vita normale: vengono riconosciuti e fermati ovunque. Di conseguenza passano molto tempo nel privato, e qui, in mancanza di curiosità intellettuali, finiscono per passare le ore libere con videogiochi e giochi d’azzardo.
Le federazioni, i club e le leghe dovrebbero assumersi una responsabilità diretta nella formazione finanziaria e culturale degli atleti?
Credo di sì. Lo sport professionistico investe enormi risorse nella preparazione fisica e tecnica degli atleti, ma molto meno nella loro formazione culturale e civica, quando sono ancora giovani. Eppure la qualità della vita fuori dal campo incide direttamente anche sulle prestazioni. Una buona disciplina e programmazione finanziarie sono fondamentali per mantenere un adeguato tenore di vita anche quando, a fine carriera, crollano le entrate. Questa provvidenza finanziaria si consegue più facilmente se il giovane talento impiega il proprio tempo libero in modo qualitativo. La società sportiva e la famiglia dovrebbero insegnare l’importanza della conoscenza, più ancora dei voti scolastici. Solo costruendo fondamenta solide si può dare un senso duraturo al successo conquistato – quando va bene – sul campo o in pista. Perché dopo aver inseguito vittorie, medaglie e titoli, rimane tanta vita da vivere. E quella è la partita più lunga.
L’articolo Patrimoni milionari e carriere brevi, le vere sfide degli atleti globali secondo Luca Ferrari è tratto da Forbes Italia.
