La nuova filantropia: come trasformare patrimoni e donazioni in strumenti strategici per il bene comune

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“È un gesto di straordinaria generosità perché rivolto a favore di persone che non si conoscono. Ma contiene al suo interno, paradossalmente, anche una sfumatura di egoismo. Sì, perché chi dona è il primo ad ‘arricchirsi’. Riceve, infatti, delle emozioni intense, inaspettate, gratificanti, che difficilmente sperimenta in altro modo”. Simonetta Schillaci, è vicepresidente esecutivo di Fondo Filantropico italiano, e la sua definizione di filantropia rappresenta l’inizio di una conversazione che aiuta a capire meglio come funziona questo settore in Italia.

Ed è bene ammettere subito che in Italia non siamo in cima alle classifiche quando si parla di generosità. “Esiste una grande ricchezza privata nel nostro Paese, quasi seimila miliardi di euro detenuti dalle famiglie, ma un atteggiamento molto prudente nei confronti delle donazioni – conferma Schillaci –. Soprattutto rispetto agli altri Paesi europei. E l’aspetto curioso riguarda il fatto che, in termini percentuali, a donare meno sono coloro che dispongono dei patrimoni più elevati”. I motivi sono diversi. Il più interessante, forse, è “la mancanza di una cultura della ‘restituzione’. Nel mondo anglosassone è quasi un automatismo: se ho avuto successo, restituisco. Ad esempio, attraverso donazioni alla stessa università che mi ha dato modo di diventare ciò che sono”.

A rendere più complesso il quadro è anche il modo di operare. “Lo scenario italiano è composto per lo più da piccole donazioni, distribuite un po’ a pioggia, senza una precisa logica strategica. E spesso ci si attiva sulla spinta di emozioni contingenti, come nel caso delle grandi emergenze nazionali, o per conoscenza personale delle singole organizzazioni benefiche”. Bisogna però rendersi conto che anche fare del bene è un’attività complessa, che ha bisogno di conoscenza, organizzazione, strumenti e programmazione. Altrimenti si rischia di non ottimizzare il proprio slancio filantropico. E, quando si tratta di fare del bene agli altri, ogni inefficienza diventa più grave. È proprio in questo punto che si inserisce l’attività di Fondo Filantropico Italiano, una realtà nata nel 2022 dall’esperienza di un filantropo e costituita da Fondazione Dynamo, i cui camp accolgono ogni anno duemila ragazzi affetti da patologie gravi per assisterli con terapie ricreative. “L’obiettivo di Fondo Filantropico Italiano – sottolinea Schillaci – è aumentare la ‘circolazione di bene’. Incentivare donazioni, dunque, e rendere più facile ed efficace l’intero processo”. Si chiama philanthropy advisory e si occupa di accompagnare il donatore dal momento in cui nasce il desiderio filantropico fino alla sua realizzazione: “Noi ci possiamo mettere all’opera su più livelli per dare concretezza alle migliori intenzioni delle persone”.

I livelli, segnala la vicepresidente Schillaci, sono diversi. Si parte dallo studio e analisi dei bisogni di un territorio per verificare se ci sia compatibilità con i desideri del donante, per passare poi alla proposta della migliore forma da dare al progetto, alla selezione e due diligence delle organizzazioni beneficiarie, alla definizione del piano strategico di erogazione, fino al monitoraggio e alla reportistica del progetto. Per quanto riguarda in particolare la fase della “forma da dare al progetto”, soprattutto per le grandi donazioni, l’accompagnamento è decisivo: può infatti essere costituita una fondazione ad hoc, o ci si può affiancare a fondazioni già esistenti. Oppure ancora, “si può ricorrere a uno strumento, ancora poco diffuso in Italia, ma di straordinario interesse, come il Daf, acronimo di Donor-Advised Fund”.

Di cosa si tratta esattamente? “Viene istituito un fondo filantropico personalizzato attraverso una donazione vincolata per uno specifico scopo rivolta a una fondazione ‘ombrello’ già strutturata – come appunto il Fondo Filantropico italiano –, che dedicherà un team di esperti alla gestione delle operatività. Tutti gli oneri, gestionali e amministrativi, sono sostenuti dalla stessa fondazione ospitante. È uno strumento che fa vivere al donatore un’esperienza filantropica di creazione della propria fondazione, ma con maggiore semplicità amministrativa, più velocità e, soprattutto, meno costi. Tra l’altro, tutti i versamenti effettuati al proprio Daf sono deducibili e detraibili e ciò comporta un ulteriore vantaggio. Si tratta di uno strumento oggi già molto diffuso all’estero”.

E a proposito di estero, va ricordato che il Fondo Filantropico Italiano è l’unico partner per l’Italia del network Giving Europe: “Offriamo la possibilità di fare e ricevere donazioni all’interno dei 19 Paesi aderenti con la garanzia del beneficio fiscale del Paese di appartenenza – spiega Schillaci – Il Fondo consente dunque di riconoscere fiscalmente le donazioni internazionali, che tra Paesi diversi normalmente non godrebbero di tale beneficio, sia per quanto riguarda i cittadini privati che le aziende”.

Ma vediamo alcuni esempi di Daf. “C’è il Fondo Girasole – esordisce  –, istituito da una donatrice anonima con il desiderio di contribuire al contrasto della violenza di genere sul suo territorio. Grazie alle risorse messe a disposizione, sono state messe in campo iniziative di contrasto agli stereotipi di genere e i suoi effetti. O il Fondo Luciana, nato da un benefattore anonimo, in ricordo di una persona cara, per contribuire allo sviluppo della sanità pubblica e socioassistenziale del suo territorio. Grazie a questo fondo, tra le altre cose, sono stati donati all’Ospedale ‘Umberto’ I di Lugo di Ravenna quattro letti operatori e una risonanza magnetica. C’è il Fondo We Dream nato, invece, grazie a una imprenditrice italo-americana, con genitori di origini calabresi, che ha deciso di finanziare borse di studio in grandi università a favore di giovani donne calabresi particolarmente dotate. Segnalo ancora il Fondo Fulvia Anelli – Una Zampa per Tutti, realizzato grazie alla donazione di una donna che ha voluto rinunciare a parte dell’eredità della sorella appena mancata, e grande amante degli animali, per contribuire alle cure mediche di animali i cui proprietari sono in difficoltà economica”.

Alcuni di questi Fondi sono anonimi: perché queste persone non vogliono compaia il loro nome. “Fare beneficenza senza dirlo rimane una convinzione culturale ben radicata in Italia. Legittimo, ci mancherebbe, e anche apprezzabile per certi versi. Ritengo però che le storie positive andrebbero raccontate, perché possano trasformarsi in fonte d’ispirazione e portare alla nascita di ‘altro bene’. D’altra parte, per essere filantropi non sono necessarie per forza enormi ricchezze e, oggi più che mai, si avverte un gran bisogno di attenzione alle esigenze degli altri. La buona notizia è che nei prossimi anni ci attendiamo un aumento delle donazioni come conseguenza di almeno tre fattori”, prosegue Schillaci.

“Primo: i passaggi di ricchezze. I giovani erediteranno grandi patrimoni. E sono proprio loro i più inclini a strutturare in modo strategico le loro azioni. Secondo: sappiamo che la filantropia è più diffusa fra le donne. E nei prossimi anni saranno sempre più numerose le donne con posizioni di prestigio che disporranno di patrimoni importanti. Per il terzo serve un approfondimento maggiore. Partiamo dai dati: nel 2030 si prevede la presenza di patrimoni senza eredi pari in totale a 20,8 miliardi di euro; nel 2040 saliranno a 88 miliardi di euro. Si tratta di grandi patrimoni detenuti da banche e istituti finanziari che appartengono a persone che vengono a mancare e sono senza eredi. In mancanza di indicazioni testamentarie precise, queste risorse rimangono bloccate per dieci anni e poi passano allo Stato. Rappresenterebbero una risorsa preziosa per la filantropia, un motore prezioso per fare del bene a tantissimi. E attenzione: non sono necessarie leggi per dirottarle dove sarebbero più utili, è sufficiente indicarlo nel testamento. Un gesto semplice che potrebbe cambiare la vita a tanti. Anche in questo caso un Daf (Donor-Advised Fund) si potrebbe rivelare lo strumento perfetto per sviluppare al meglio la propria donazione”.

La filantropia sta dunque cambiando volto. Esce gradualmente da una dimensione di nicchia per diventare una componente sempre più rilevante della propria gestione patrimoniale, entrando in ambienti dove un tempo godeva di minore considerazione. E in questo contesto i professionisti di fiducia e tutto il mondo del wealth management assumono un ruolo centrale, affiancando i clienti nell’integrare gli obiettivi filantropici in una visione più ampia e strategica della gestione del proprio patrimonio perché, conclude Schillaci “non si può pensare di stare bene davvero in un Paese in cui tanti stanno male. Dobbiamo accorgerci di ciò che ci accade intorno e poi contribuire a costruire forme di benessere diffuso in modo intelligente e strutturato”.

L’articolo La nuova filantropia: come trasformare patrimoni e donazioni in strumenti strategici per il bene comune è tratto da Forbes Italia.

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