Final Frontiers: Massimo Comparini e la Nuova Space Economy

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In questa puntata di Final Frontiers, Emilio Cozzi, giornalista Forbes Italia, incontra Massimo Comparini, Managing Director della Divisione Spazio di Leonardo, per parlare di come sta cambiando il settore e, soprattutto, di quale ruolo potrà avere l’Italia nella nuova economia spaziale.



L’intervista completa:

Cosa ricorda del suo primo giorno in Selenia Spazio nel 1983 e cosa rimane di quel giovane ingegnere nel manager di oggi?

Ricordo perfettamente quel 2 giugno del 1983, un giorno in cui all’epoca si lavorava regolarmente, poiché la festività per la Repubblica è stata reintrodotta solo qualche anno dopo. Per me, appassionato di elettronica, entrare in Selenia Spazio significava varcare le porte di un’industria dal nome mitico. Conoscevo già quei laboratori di Via Tiburtina fin da quando avevo dodici o tredici anni, grazie a mio padre che mi aveva fatto conoscere un tecnico di lungo corso addetto all’installazione dei primissimi videogiochi in bianco e nero, come il ping pong e il tennis. Mia madre fu entusiasta di questa mia evoluzione, felice che smettessi di armeggiare con le vecchie valvole termoioniche per passare ai più moderni circuiti integrati dei primi anni Ottanta. Quando fui assunto, avevo appena terminato il servizio militare e mi ero diplomato in telecomunicazioni, traguardo raggiunto studiando e lavorando contemporaneamente. Di quel giovane ragazzo oggi è rimasta intatta la profonda passione per l’elettronica, per l’ingegneria e per lo sviluppo di progetti complessi. In fin dei conti, quello che non invecchia mai è proprio l’entusiasmo di poter immaginare che il proprio lavoro serva concretamente a disegnare un pezzetto di futuro.

Da tecnico puro a manager di una divisione che gestisce miliardi di euro: c’è un momento preciso in cui ha capito che l’ingegneria non le bastava più?

In realtà, ci tengo moltissimo a ribadire che io rimango e mi sento sempre profondamente un ingegnere, forte dei ventotto esami universitari sostenuti mentre lavoravo per inseguire la mia passione. Non c’è stato un momento preciso di rottura, ma piuttosto ho avuto la fortuna di anticipare i tempi. Per tutti gli anni Novanta ho viaggiato assiduamente negli Stati Uniti, poiché eravamo entrati nelle catene di fornitura dei più grandi prime contractor americani, come Space System Loral, Boeing e Lockheed, operando lungo tutta la costa ovest tra San Francisco, Los Angeles e San Diego. È proprio in quella fetta d’America, un luogo che reputo fortemente immaginifico e ispiratore tanto da aver letto “On the Road” diciotto volte, che ho capito come lo spazio stesse mutando radicalmente. Lì ho compreso, con circa un decennio di anticipo rispetto a quello che poi sarebbe arrivato in Europa, che lo spazio non era più soltanto una questione tecnologica, ma stava diventando a tutti gli effetti una vera e propria industria con una forte dimensione economica. L’aspetto affascinante della concezione delle missioni spaziali si stava fondendo con le enormi attività legate ai servizi commerciali, preparandomi a recepire e guidare quel cambiamento cruciale.

Leonardo ha da poco inaugurato la sua Space Smart Factory, definendola un ecosistema e un manifesto. Cosa cambia concretamente per l’industria spaziale italiana?

Le parole “ecosistema” e “manifesto” colgono perfettamente l’essenza di questo progetto, sviluppato ricordando l’impegno della nostra azienda partecipata Thales Alenia Space Italia. Non si tratta semplicemente di una nuova fabbrica, ma di un cambio di paradigma totale pensato per indirizzare le esigenze specifiche dei nostri anni. Se da un lato continueremo a produrre grandi infrastrutture spaziali da svariate tonnellate, come i satelliti per le telecomunicazioni geostazionarie o il nostro gigantesco radar spaziale Cosmo-SkyMed di seconda generazione, dall’altro lato dobbiamo rispondere all’evidente cambio di paradigma imposto dalle costellazioni satellitari. Questo significa disporre di una macchina produttiva concepita per realizzare decine, se non centinaia, di satelliti all’anno in serie, utilizzando in modo massiccio le tecnologie digitali per assistere la produzione e connettere la filiera. La Smart Factory funzionerà infatti anche come un grande hub digitale, permettendoci di integrare virtualmente i gemelli digitali di un telescopio o di un payload con la piattaforma, predicendone le prestazioni prima della costruzione fisica. La chiamo “manifesto” perché rappresenta una federazione fondamentale di assetti produttivi e spaziali, capace di rispondere agli utenti istituzionali, governativi e commerciali. Inoltre, essendo un vero ecosistema, l’infrastruttura ospiterà un Joint Lab pubblico-privato con l’Agenzia Spaziale Italiana, dove le piccole e medie imprese della nostra filiera potranno operare collaborativamente rispettando i severi standard di volo finali; un’iniziativa unica in Italia e leader assoluta anche nel contesto europeo.

Lo spazio è un pilastro della crescita di Leonardo in un settore radicalmente cambiato da tensioni e nuovi player come SpaceX. È una partita che si può vincere e come?

Lo spazio sta attraversando un’evoluzione rapidissima trainata dalla convergenza tra le tecnologie spaziali e quelle digitali. Questo è il motore che ci ha spinto a creare una divisione Spazio all’interno di Leonardo, integrando un ecosistema preesistente eccellente come la Space Alliance, formata da Thales Alenia Space e Telespazio. Per fare un esempio, stiamo già pensando a cosa potremmo ottenere integrando la nostra avanzata robotica e l’intelligenza artificiale nell’esplorazione lunare. Nel frattempo, assistiamo a un cambio di paradigma economico vertiginoso: pensiamo a come SpaceX abbia effettuato centosessanta lanci solo lo scorso anno, dimostrando che l’accesso garantito allo spazio è essenziale affinché si realizzi la proiezione del World Economic Forum, che stima una space economy globale da 1,8 trilioni di dollari nel prossimo decennio. L’emergere di nuove aziende porta innegabile dinamicità e innovazione in un dominio che ormai definiamo con l’acronimo delle “tre C”: uno spazio sempre più congestionato da migliaia di satelliti e detriti spaziali in orbita bassa, e sempre più conteso, quasi fosse un’estensione territoriale strategica della Terra. Sono convinto che la cooperazione sia l’ingrediente per eccellenza per la crescita e, alla domanda se possiamo vincere questa partita, rispondo di sì, sia come europei che come italiani. Il nostro ecosistema spaziale nazionale è probabilmente quello cresciuto con il tasso maggiore in Europa e vanta competenze industriali e scientifiche di primissimo piano in domini cruciali come l’osservazione della Terra, le comunicazioni quantistiche sicure e il ritorno sulla Luna. Aggiungo inoltre che in Italia stiamo costruendo i satelliti di seconda generazione per Galileo, un sistema di cui gestiamo magistralmente le operazioni e l’architettura da oltre vent’anni tramite il nostro teleporto del Fucino; abbiamo tutte le carte in regola per giocarci questa partita all’attacco.

A fronte di programmi straordinari come Galileo e Copernicus, l’Europa continua ad avere un problema di lentezza decisionale. Come si risolve questo limite?

La complessità decisionale non è un problema limitato esclusivamente al settore spaziale, ma è una dinamica intrinseca di un’Europa composta da ventisette Paesi che devono faticosamente trovare un punto di accordo. Nello spazio, però, questa criticità emerge in modo eclatante perché il settore corre veloce e richiede decisioni altrettanto rapide. Per toglierci subito il dente, guardiamo al progetto Iris Square (IRIS²), il nostro flagship project per dotare l’Europa di una costellazione proprietaria a bassa latenza che ci garantisca un presidio senza dover dipendere totalmente da servizi commerciali altrui. Il problema è che nel frattempo che l’Europa ha iniziato a pensare a questo programma, cercando le forme contrattuali più adatte per coinvolgere l’industria, Starlink ha già lanciato migliaia di ulteriori satelliti. Questo è un elemento prettamente fattuale su cui l’Europa deve riflettere e trovare la forza per reagire; possediamo tecnologie e competenze straordinarie, ma oggi la nostra vera responsabilità è comprendere che non possiamo più permetterci di non essere veloci quanto il mercato esige.

Lo spazio è sempre più fondamentale per la sicurezza globale, come dimostrano i casi di Ucraina e Iran. Come cambia il lavoro dell’industria a fronte di questa evidenza?

Con un pizzico di provocazione, dico sempre che riflettere sulla dualità delle tecnologie spaziali è diventato quasi noioso, perché è esattamente come disquisire sulla dualità dell’energia. Lo spazio nasce intrinsecamente duale: è duale comunicare, osservare la Terra, conoscere il proprio posizionamento ed elaborare la fusione di tutte queste informazioni strategiche. Di conseguenza, la riaffermata centralità geopolitica dello spazio non cambia i nostri fondamentali tecnici né il modo di lavorare quotidiano, perché di questa centralità siamo sempre stati consapevoli. Quello che sta cambiando drasticamente, invece, è la velocità con la quale dobbiamo essere in grado di fornire risposte operative e capacità spaziali avanzate. Le esigenze stanno accelerando vistosamente, e questo vale non solo per il puro supporto alle dinamiche di sicurezza globale, ma anche per sostenere e far progredire la nostra economia civile, la società e le amministrazioni dei nostri territori.

Lei parla spesso di collaborazione, ma oggi con chi si collabora realmente, visti gli attriti con la Cina e la volatilità americana? Dove finisce la collaborazione e inizia la geopolitica?

La collaborazione nello spazio si sviluppa su più livelli, a partire da quello geopolitico tra le Nazioni. Esattamente a sessant’anni di distanza dalla corsa tecnologica dell’epopea Apollo, che in realtà fu una gara per stabilire il primato geopolitico tra le superpotenze di allora, oggi ci troviamo nell’epopea Artemis. In questa nuova corsa per riportare esseri umani sulla Luna intorno al 2028, lo scenario geopolitico è mutato profondamente: con tutto il rispetto per la grande tradizione spaziale russa, oggi è la Cina la superpotenza che preoccupa maggiormente gli Stati Uniti nella corsa per stabilire una prima infrastruttura permanente sul suolo lunare. La Luna non è solo un obiettivo scientifico, ma è nevralgica per la sicurezza e la sostenibilità della Terra. A causa di questa enorme polarizzazione, pensare oggi a una collaborazione totalmente trasversale, simile a quella che ha animato la Stazione Spaziale Internazionale per quarant’anni, è molto improbabile. La nostra cooperazione istituzionale avviene quindi all’interno della cornice degli Artemis Accords, che includono ormai circa settantacinque Paesi tra cui molte agenzie spaziali emergenti del Golfo, con la NASA che resta la nostra agenzia di riferimento primario. L’Italia prosegue fieramente questa tradizione, come confermato dal recente accordo bilaterale siglato dal ministro Urso e dal presidente dell’ASI Valente, incentrato proprio sulla nuova fase di esplorazione lunare. Esistono poi altri due livelli fondamentali di cooperazione: quella industriale, dove le grandi imprese devono imperativamente valorizzare le start-up e le piccole e medie imprese, e quella tra domini adiacenti. Quest’ultima consiste nel contaminare le tecnologie spaziali con settori cruciali come l’intelligenza artificiale e il supercalcolo, per creare una formidabile interconnessione planetaria tra la Terra e la Luna.

Lei insiste molto sulla relazione tra la sicurezza globale e la Luna. Ci può spiegare meglio questo legame strategico e il ruolo dell’Italia?

Situandosi a circa 380.000 chilometri di distanza, la Luna rappresenta un avamposto ineguagliabile: è sufficientemente lontana per fornirci una vista globale e olistica del nostro pianeta, ma è anche abbastanza vicina per permetterci di comprendere dettagliatamente cosa stia accadendo. Pur senza arrivare alla risoluzione di quaranta centimetri, da quella distanza possiamo analizzare i pattern of life globali, monitorare la distribuzione dei segnali elettromagnetici e comprendere le dinamiche che avvengono intorno all’orbita bassa terrestre. Il think tank Atlantic Council ha identificato non a caso il contesto cislunare come il dominio più strategico in assoluto per la sicurezza terrestre dei prossimi decenni. Di fronte a questa realtà, noi italiani dobbiamo acquisire una consapevolezza molto maggiore del nostro enorme valore scientifico e industriale. Mentre la NASA si sta focalizzando sulle missioni dirette sulla superficie lunare, l’80% della costruzione del Gateway Lunare in orbita cislunare era ed è di competenza italiana. Ma non solo: il primo lander lunare europeo e il primo modulo pressurizzato di superficie, essenziale per il riposo e la sopravvivenza degli astronauti, sono costruiti in Italia. Lo stesso vale per il progetto europeo Moonlight per il posizionamento e la connettività lunare, che è guidato da Telespazio. Inoltre, il primo astronauta europeo ed extra-americano che volerà nel programma Artemis 3 sarà italiano, e ho avuto l’immenso piacere di consegnargli il tricolore pochi mesi fa nei nostri stabilimenti di Campi Bisenzio. Siamo anche maestri nel posizionare infrastrutture nei complessi punti gravitazionali lagrangiani. Insomma, avere a disposizione una simile comunità di tecnici e scienziati in grado di concepire e realizzare queste missioni ci pone in una posizione formidabile e impressionante a livello globale.

Come nel calcio, nello spazio il talento individuale non basta senza una squadra. Quanto conta il sistema Italia e qual è l’elemento che dobbiamo maggiormente migliorare?

Esattamente come accade nello sport, gli ambiziosi traguardi spaziali sono raggiungibili solo attraverso lo spirito di squadra, la passione e l’enorme sacrificio di migliaia di persone. Ribadisco che la collaborazione strutturale dell’intera filiera, unendo la spinta delle grandi imprese alla flessibilità delle piccole realtà e delle start-up, è vitale per far crescere un’imprenditoria solida. A tal proposito, confesso di essere alquanto scettico verso certa narrazione della “New Space Economy” americana, poiché credo fermamente che lo spazio necessiti di vera e duratura innovazione di prodotto e non debba essere spinto esclusivamente dalla finanza o da investimenti puramente speculativi. Guardando alle aree di miglioramento in Italia, dobbiamo superare il nostro storico difetto di vivere i nostri formidabili successi in modo troppo poco consapevole. Dobbiamo ricordarci che scienziati e “principal investigator” italiani, lavorando in missioni bilaterali con il JPL e la NASA, hanno determinato scoperte epocali, dalla scoperta dell’acqua su Marte fino a fondamentali esperimenti sulla relatività e nella planetologia, dimostrando che lo spazio e la scienza devono necessariamente avanzare all’unisono. Il secondo miglioramento che auspico è lo sviluppo di un colloquio ancora più intimo e fattivo tra i vari attori nazionali. L’industria e le istituzioni, come l’Agenzia Spaziale Italiana e i ministeri, non sono entità separate ma parte di un unico imprescindibile ecosistema. Negli ultimi anni abbiamo coinvolto anche ministeri prima percepiti come lontani, quali l’Agricoltura, che oggi dipende dai satelliti per aumentare produttività e sostenibilità. Tuttavia, in vista di obiettivi sempre più complessi e sfidanti, questa comunità di intenti e questo dialogo istituzionale devono essere rafforzati ulteriormente.

Guardando agli insediamenti umani futuri su altri mondi, quali sono le infrastrutture primarie necessarie e la Luna può davvero essere considerata un banco di prova per Marte?

Più che etichettarla come un semplice banco di prova, io considero la Luna il nostro vero e definitivo laboratorio per l’esplorazione spaziale, il nostro autentico “laboratorio di futuro”. Perfino Elon Musk, che per ben ventitré anni ha costruito una narrazione fortissima e “bold” puntando esclusivamente su Marte, ha recentemente ricalibrato la sua visione reindirizzandosi sulla Luna. Questo perché le differenze tecnologiche e psicologiche tra i due mondi sono abissali: la Luna dista solo pochi giorni di tragitto e l’esperienza delle missioni Apollo ci rassicura sul fatto che, in caso di emergenza, possiamo riportare a casa gli astronauti vivi. Marte, invece, impone un viaggio di sette mesi legati a strette finestre astronomiche, e allo stato attuale non possediamo le condizioni e le tecnologie necessarie per garantire che un equipaggio umano possa farvi ritorno in buona salute. Sulla Luna, invece, grazie alla vicinanza logistica, possiamo iniziare subito a trasferire il materiale necessario per costruire le infrastrutture di base. Le prime necessità saranno ovviamente i moduli pressurizzati, ambienti essenziali in cui gli astronauti potranno riposare e lavorare, creando i presupposti per una presenza quasi permanente e via via sempre più prolungata. Successivamente, dovremo affrontare il gigantesco ostacolo della fisiologia umana: abbiamo un background di venticinque anni di esperienza a gravità zero sulla Stazione Spaziale, ma dobbiamo imparare come far sopravvivere a lungo gli astronauti nella microgravità lunare e, soprattutto, come schermarli in modo ottimale dalle radiazioni spaziali per missioni di quattro o più mesi. A quel punto l’energia diventerà la vera sfida vitale. Per quanto noi di Leonardo abbiamo fornito ottimi pannelli solari per la capsula Orion, questi non saranno mai sufficienti per sopravvivere ai lunghissimi quattordici giorni della gelida e buia notte lunare; avremo un disperato bisogno di piccoli reattori nucleari modulari per garantire l’energia elettrica. Infine, arriverà il momento della mobilità, tramite rover pressurizzati capaci di esplorare aree chiave come il Polo Sud lunare per l’estrazione di acqua sotterranea, e dovremo imparare l’arte dell’ISRU (In-Situ Resource Utilization) per generare autonomamente direttamente sul pianeta le risorse per il sostentamento umano, sfide immense che ci terranno occupati per i prossimi decenni.

Unendo la sua passione per l’America occidentale a quella per i grandi vini, l’industria spaziale ha qualcosa in comune con la pazienza, la ricerca della qualità e la visione necessarie per un buon vino?

Assolutamente sì, i punti di contatto sono molteplici. In entrambi i campi, l’importanza della filiera e una solida visione proiettata nel lungo termine sono fattori strutturali ineludibili. È chiaro che l’industria aerospaziale debba sviluppare attività economicamente sostenibili, puntando a un giusto profitto e al ritorno degli investimenti per i propri azionisti, ma è altrettanto vero che per lavorare in questo settore non si può mai essere “risk adverse” per definizione. E qui entra prepotentemente in gioco la pazienza. Anche se oggi l’accesso allo spazio è diventato più capillare, al punto che dei brillanti studenti universitari possono progettare e lanciare un proprio microscopico satellite, lo spazio rimane nel suo intimo un ambiente ferocemente ostile e difficile. Per questo motivo non si devono mai, in nessun caso, cercare facili scorciatoie o compromessi sull’integrità e sulla qualità del prodotto finito. L’approfondimento millimetrico prima di lanciare qualsiasi oggetto nel cosmo è essenziale. Se perdiamo improvvisamente il controllo di un satellite, anche di dimensioni ridottissime, rischiamo di generare collisioni a catena e centinaia se non migliaia di detriti, distruggendo porzioni intere di orbita e rendendo drammaticamente non sostenibile l’intera economia spaziale. L’affidabilità totale resta dunque un caposaldo critico e insostituibile, a maggior ragione quando c’è in ballo la preziosa vita di esseri umani.

Lei ha perfino portato lezioni di filosofia ai suoi dipendenti. Quale ricetta e quali consigli darebbe a una ragazza o a un ragazzo che sognano di lavorare in questo settore?

Anche se ci troviamo immersi in un’epoca di iperspecializzazione lavorativa, la mia ricetta principale è coltivare un approccio profondamente multidisciplinare e olistico. Ho introdotto riflessioni etiche e filosofiche nella mia azienda perché se ci proiettiamo nel 2036, potremmo facilmente avere una decina di donne e uomini sulla superficie lunare costantemente affiancati da macchine sempre più intelligenti. Queste intelligenze artificiali lavoreranno in perfetta simbiosi tra loro e con i team di astronauti, e arriverà inevitabilmente il giorno in cui un essere umano su un rover a venti chilometri di distanza dalla propria base dovrà prendere, affidandosi alla cooperazione con la macchina, una decisione vitale istantanea senza avere il tempo materiale di consultare Torino o Houston. Chi progetta queste tecnologie eccezionali non può esimersi dall’analizzare i delicatissimi risvolti psicologici, etici e filosofici del rapporto uomo-macchina. Sono inoltre intimamente convinto che le future esplorazioni nello spazio più profondo e inesplorato saranno precluse all’uomo a causa di insormontabili limiti fisiologici, a meno che qualche astrofisico non ci riveli l’esistenza di intriganti “wormhole” nello spazio-tempo. Pertanto, quelle missioni epiche saranno condotte in totale autonomia da sofisticatissime intelligenze artificiali, macchine in grado di auto-apprendere durante decenni di viaggio continuo, modificando la rotta in base a ciò che osservano, proprio come fece storicamente il Viking, mostrandoci con i loro “occhi” bionici interi mondi che non potremo mai sfiorare di persona. Risolvere sfide di questa entità non è più una banale questione ingegneristica, ma richiede una profondissima elaborazione filosofica. L’Italia brilla per questo: spesso ci scoraggiamo davanti alle statistiche che ci relegno al trentottesimo posto per la spesa in ricerca e sviluppo, ma la verità è che rimaniamo visceralmente un grandissimo popolo di innovatori. In questa faraonica sfida spaziale globale guidata dai colossi miliardari come Bezos e Musk, noi italiani abbiamo un ruolo essenziale proprio perché siamo la patria natia del Rinascimento. Non possiamo utilizzare e comprendere appieno l’intelligenza artificiale se non vi infondiamo una vibrante dimensione umanistica. Ai giovani consiglio dunque caldamente tre cose: perseguire la multidisciplinarità, allenare sempre il pensiero laterale coltivando la curiosità tramite passioni differenti, e unire tutto questo per forgiare una visione salda e lungimirante.

Qual è il suo film o libro di fantascienza preferito e per quale motivo?

Sul grande schermo la mia risposta è forse un tantino banale, ma devo per forza scegliere “2001: Odissea nello spazio”, semplicemente perché dentro quella pellicola c’è letteralmente tutto, e il perché della mia scelta non ha nemmeno bisogno di essere spiegato a parole. Per quanto riguarda la letteratura, mi affascina immensamente “Solaris”, un romanzo da cui è stato tratto anche un film, sebbene la trasposizione cinematografica risulti un po’ pesante e significativamente diversa dall’opera cartacea. Il nucleo del romanzo che mi rapisce è la riflessione magistrale sul concetto affascinante di intelligenza collettiva. Se proviamo a chiudere gli occhi e a immaginarci spinti lontanissimo nel tempo, in un’epoca popolata da un’infinità di sonde e macchine che per svariate generazioni continuano imperterrite a scandagliare l’universo scambiandosi dati, inviandoli incessantemente sulla Terra senza che i loro creatori originari possano mai assistere ai risultati secoli dopo, non stiamo forse disegnando i contorni di una straordinaria intelligenza collettiva disseminata nel nostro intero sistema solare? È una visione suggestiva che richiama fortissimamente le atmosfere di Solaris.

Tra qualche decennio, quando deciderà di andare in pensione, cosa vorrebbe vedere finalmente realizzato?

Prima di ritirarmi, il traguardo che vorrei ammirare con i miei stessi occhi è indubbiamente l’istituzione della primissima base umana stabile costruita al di fuori dei confini della Terra, verosimilmente sulla superficie della Luna. Riuscire a realizzare questo obiettivo significherebbe dare finalmente forma a un’aspirazione primordiale, indirizzando e coronando un sogno antichissimo di tutta la nostra specie. Oltre a questo scenario realizzabile, mi torna alla mente un’incredibile “lectio magistralis” tenuta anni fa da un grandissimo esperto di comunicazioni purtroppo scomparso, il professor Falciasecca. In quell’occasione esplorò l’affascinante tema dell’integrazione tra il silicio tecnologico e il carbonio biologico del corpo umano, dischiudendo frontiere che oggi sembrano pura fantascienza ma che in futuro non è detto lo siano davvero. Si aprono giganteschi dilemmi etici sull’eventualità di sostituire o migliorare biologicamente e meccanicamente determinati “pezzi” del nostro organismo per comprendere e prolungare il vero ciclo di vita fisiologico naturale dell’essere umano. Sono prospettive assolutamente sbalorditive e chissà se, nei decenni a venire, non potremo assistere almeno agli albori di queste rivoluzionarie trasformazioni.

L’articolo Final Frontiers: Massimo Comparini e la Nuova Space Economy è tratto da Forbes Italia.

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