Quasi il 50% dei bond per i data center emessi nel 2026 sono titoli spazzatura. Ecco perché
Gli sviluppatori di data center e i neocloud hanno raccolto quest’anno 37 miliardi di dollari in junk bond per finanziare le infrastrutture negli Stati Uniti: più di quattro volte il totale del 2025. Con i rendimenti ormai a doppia cifra, il debito legato alle aziende di IA più rischiose sta crollando.
Le azioni di CoreWeave — la società di cloud computing per l’IA che affitta potenza di calcolo basata su Gpu Nvidia a clienti come OpenAI — hanno perso il 25% questa settimana, nonostante il ceo di Nvidia Jensen Huang abbia espresso pubblicamente il proprio sostegno all’azienda. Le ragioni di fondo di questo calo — un debito elevato e i costi di finanziamento in aumento — rappresentano un problema serio che rischia di aggravarsi ulteriormente.
Circa 4 miliardi di dollari del debito societario di CoreWeave viaggiano ora a livelli critici, scambiati sotto gli 80 centesimi per dollaro. Nel frattempo, i prezzi delle obbligazioni emesse per finanziare diversi data center presi in locazione da CoreWeave sono crollati, con rendimenti medi saliti nell’ultima settimana all’11%: ben al di sopra del 7% circa che gli investitori richiedono per i bond con rating BB+, il gradino più alto tra i titoli speculativi.
Prive di bilanci particolarmente solidi, molte realtà del cosiddetto “neocloud” come CoreWeave si sono storicamente affidate a garanzie e impegni contrattuali dei colossi tecnologici, a partire da Nvidia, per convincere i finanziatori a sostenere i loro cluster di Gpu. Allo stesso tempo, i costruttori di data center hanno fatto leva su questi contratti di locazione a lungo termine stipulati con hyperscaler con rating investment grade per assicurarsi debito a basso costo per i siti fisici. Spinte da mercati azionari rialzisti e da una domanda vertiginosa di potenza di calcolo, queste società hanno emesso 36 miliardi di dollari in bond legati ai data center nel 2025; secondo Barclays, i junk bond ne rappresentavano appena 8,6 miliardi, mentre il resto rientrava nella categoria investment grade.
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Il boom dei junk bond e il cambio di rotta degli investitori
Oggi queste aziende si rivolgono sempre di più a forme di debito ad alto costo e ad alto rendimento. Degli 80 miliardi di dollari in obbligazioni per data center raccolti finora quest’anno, 37 miliardi — quasi il 50% del totale — sono considerati titoli spazzatura, ossia con rating inferiore a BBB: una cifra oltre quattro volte superiore rispetto all’anno scorso. Secondo un’analisi di Forbes condotta su dati FactSet, questi junk bond stanno finanziando 16 progetti di data center concessi in leasing a — o sostenuti da — alcune delle maggiori realtà protagoniste del boom dell’IA: tra queste figurano Amazon, Meta, Nvidia, Oracle e Jane Street, oltre a neocloud in rapida ascesa come CoreWeave e Fluidstack (supportata da Google).
Anche gli investitori obbligazionari stanno cambiando atteggiamento verso questi titoli. Nell’ultima settimana i corsi sono scesi e il rendimento medio è salito a quasi il 10%. “Chi investe in obbligazioni non beneficia del rialzo potenziale. Si preoccupa solo dei rischi di ribasso”, spiega Stijn van Nieuwerburgh, economista della Columbia Business School. “I rendimenti stanno iniziando a incorporare una maggiore probabilità di uno scenario negativo”. Anche sul fronte azionario cresce il nervosismo: nell’ultimo mese, costruttori di data center come Firmus, SB Energy e AirTrunk — tutti sostenuti da grandi investitori come Nvidia, SoftBank e Blackstone, e tutti con pesanti carichi di debito — hanno rinviato o cancellato le rispettive quotazioni in borsa.
L’ombra di un “WeWork 2.0”: rischi di fallimento per i neocloud
La posta in gioco è enorme. Le stime sui costi di sviluppo per l’IA e i data center negli Stati Uniti oscillano tra circa 2.800 miliardi di dollari fino al 2030 e oltre 10mila miliardi entro il 2032, con almeno 1.300 miliardi già finanziati a debito. E c’è chi inizia a prevedere un esito drammatico per molte realtà del settore.
“Nei prossimi tre anni assisteremo a una serie di fallimenti”, ha dichiarato in ottobre Jeffrey Moerdler, responsabile del dipartimento dedicato a data center e infrastrutture digitali dello studio legale Haynes Boone, intervenendo al forum su data center e infrastrutture di IA della New York University. “Gran parte di ciò che sta accadendo oggi si basa su previsioni di ricavi futuri. C’è un enorme punto interrogativo sul modello di business dei neocloud. È una sorta di WeWork 2.0”.
Com’è noto, WeWork stipulava contratti di locazione a lungo termine per spazi a uso ufficio per poi subaffittarli a breve termine a startup: un disallineamento temporale che si è rivelato fatale nel momento in cui la domanda ha frenato. “È esattamente il modello di business dei neocloud”, osserva van Nieuwerburgh. “Prendere a noleggio Gpu a lungo termine per poi affittarle a ore a chiunque abbia bisogno di capacità computazionale immediata. I rischi sono identici”.
Tassi di interesse e sostenibilità: il debito ad alto rendimento
Se il rallentamento della crescita desta preoccupazione, non meno allarmante è l’andamento dei tassi d’interesse. “Il mercato ha iniziato l’anno aspettandosi tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, ma il quadro è virato rapidamente verso una prospettiva di rialzi”, osserva Cliff Corso, ceo e chief investment officer della società di servizi finanziari Advisors Asset Management. “Per un’azienda più debole, non profittevole a livello di flussi di cassa e con prospettive incerte, questo contesto metterà a dura prova la tenuta del modello di business”.
Con i rendimenti obbligazionari saliti ai massimi degli ultimi vent’anni, il debito spazzatura emesso da giovani realtà dell’IA non esercita più lo stesso appeal sugli investitori. “Se puoi ottenere un rendimento equivalente netto del 9% su obbligazioni investment grade, perché spingersi più avanti sulla curva del rischio per prendere il 15% su CoreWeave?”, aggiunge Hailey Gordon, direttrice degli investimenti presso il family office CV Advisors.
I nodi finanziari di OpenAI e Anthropic in vista delle Ipo
L’esito di questa fase dipenderà in larga misura dalla capacità di OpenAI, Anthropic e degli hyperscaler di generare i trilioni di dollari di entrate previsti per sostenere i neocloud e i gestori di data center. L’ansia, tuttavia, cresce mentre entrambe le società si preparano allo sbarco in borsa. A ottobre, il Financial Times ha rivelato che i ricavi annualizzati di OpenAI ammontavano a 50 miliardi di dollari: 20 miliardi in meno rispetto alle stime precedenti.
I dati di Anthropic presentati agli investitori mercoledì hanno mostrato un quadro migliore, ma hanno evidenziato un rallentamento della crescita delle vendite nel terzo trimestre; peraltro, nessuno dei due colossi dell’IA si trova ancora vicino alla redditività.
Secondo quanto riportato, i consulenti d’investimento di entrambe le società avrebbero fatto pressioni sulle agenzie di rating per ottenere lo status di investment grade dopo le rispettive Ipo. Ciononostante, la startup di analisi creditizia Air Platforms ha recentemente assegnato al debito di OpenAI una valutazione junk, posizionando Anthropic appena sopra la soglia dell’investment grade. Sempre a giugno, secondo indiscrezioni, l’agenzia Kbra avrebbe assegnato ad Anthropic un rating pari a BB+, un gradino sotto l’investment grade.
Il divario tra costi e ricavi: le stime Gartner e i ritardi sui cantieri
Stando a un rapporto pubblicato mercoledì dalla società di analisi Gartner, i data center dedicati all’IA avranno bisogno di ricavi cumulativi pari a 8.500 miliardi di dollari entro il 2030 per coprire le spese in conto capitale, gli oneri finanziari e un ritorno sul capitale investito del 12% — la soglia minima di rendimento considerata necessaria dagli analisti dell’istituto. Gartner stima tuttavia che ne genereranno appena 3.600 miliardi. Ciò significa che oltre 3.500 miliardi di dollari di spesa in infrastrutture IA potrebbero essere soggetti a svalutazioni entro la fine del 2030, portando al fallimento o all’acquisizione di oltre l’80% dei neocloud.
A peggiorare il quadro contribuisce il crescente timore tra gli investitori che molti di questi faraonici progetti possano non entrare mai in funzione. A settembre, Oracle ha inviato a Blue Owl Capital una notifica di causa di forza maggiore per il Project Jupiter — un imponente data center nel New Mexico —, citando ritardi nell’approvvigionamento energetico e nell’ottenimento delle autorizzazioni. Questo passaggio consente a Oracle di tutelarsi dagli obblighi finanziari nel caso in cui la struttura non entri in funzione entro il 2028 come previsto, provocando il calo delle azioni Oracle e portando il debito legato al progetto a livelli di forte tensione.
Alcuni osservatori, tra cui l’investitore miliardario Ray Dalio, temono che l’accumulo di debito possa spingere quella che definiscono una bolla dell’IA verso il punto di rottura. “Siamo nella fase del ciclo che precede questo punto, ma ci stiamo avvicinando”, ha dichiarato Dalio in ottobre alla Forbes Global Ceo Conference di Singapore. Altri paventano che qualsiasi rallentamento nei cantieri — comprese eventuali moratorie o sospensioni dei lavori dovute a resistenze politiche dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti — possa innescare una recessione.
“Gran parte della nostra economia poggia sull’espansione di questa spesa in conto capitale”, ha dichiarato mercoledì il ceo di BlackRock Larry Fink in un’intervista alla Cnbc. “Se in questo Paese si verificasse una moratoria di qualsiasi tipo, entreremmo in recessione”.
Per il momento gli investitori restano disposti a finanziare il boom dei data center per l’intelligenza artificiale. Chiedono semplicemente di essere remunerati molto meglio per il rischio che si assumono.
L’articolo Quasi il 50% dei bond per i data center emessi nel 2026 sono titoli spazzatura. Ecco perché è tratto da Forbes Italia.
