Node, a Roma la transizione energetica diventa industria

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Da via di Vannina, nella Tiburtina Valley, quarant’anni fa è partita la storia di Maire, che oggi inaugura qui Node: il centro di ricerca applicata con cui Nextchem vuole portare le idee di laboratorio fino all’impianto industriale.

A tagliare il nastro sono stati il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri, insieme al presidente e fondatore di Maire Fabrizio Di Amato e al managing director di Nextchem Fabio Fritelli. Per il gruppo è la chiusura di un cerchio. Questa sede ha visto nascere Maire e oggi si trasforma in un polo di sviluppo tecnologico e dimostrazione industriale, nel solco dell’eredità italiana di chimica e ingegneria che da Montecatini arriva fino a Maire.

“Quarant’anni fa la nostra storia è iniziata qui e oggi avviamo un nuovo percorso per i prossimi decenni dell’industria chimica ed energetica europea”, ha dichiarato Di Amato. “Al Node, laboratori, impianti pilota semi-industriali e competenze tecniche dialogano in uno spazio concepito per accompagnare le tecnologie oltre la sperimentazione e portarle alla scala industriale. È il luogo in cui memoria e futuro si incontrano.”

Sei centri, un solo ingranaggio

Roma è solo una tessera di un mosaico più ampio. Node è la rete di ricerca applicata di Nextchem che unisce sei sedi complementari: Roma, Milano, Brescia, Basilea, Sittard nei Paesi Bassi e Francoforte. Il totale è di circa 125 milioni di euro investiti, 250 ricercatori e circa 600 persone di indotto, con ogni centro che mantiene la propria specializzazione e condivide competenze e risultati con gli altri.

Di Amato ha una metafora precisa per descriverla. La immagina come l’ingranaggio delle ruote di Leonardo, capaci di generare movimento soltanto quando girano tutte insieme.

Il sito capitolino occupa oltre 6.000 metri quadrati, di cui 4.500 coperti e circa 1.500 di laboratori, con 15 stalli attrezzati per impianti pilota semi-industriali. A fronte di un investimento di circa 45 milioni di euro, lavoreranno qui circa 100 professionisti, con un indotto stimato in 300 addetti.

La visione di Di Amato, però, guarda anche a Stati Uniti, Cina ed Europa.

Dentro i laboratori

Le attività oggi ruotano attorno a idrogeno verde, nuovi vettori energetici sostenibili, materiali circolari e materiali critici innovativi. I laboratori, con strumentazione avanzata, reattori bench e cappe walk-in per i mini-pilota, si affiancano a un’ampia area esterna dove testare per lunghi periodi impianti pronti per l’industria, con il supporto dell’intelligenza artificiale.

Tra i primi impianti: reforming elettrificato del gas naturale, cracking per idrogeno e carbonio solido, banco prova per elettrolizzatori, idrogenazione catalitica e pretrattamento delle materie prime per il carburante sostenibile per l’aviazione.

L’edificio punta a zero emissioni di anidride carbonica, grazie a energia pulita, recupero di calore ed efficienza degli spazi. Con Sapienza Innovazione e la Fondazione Maire, il gruppo misurerà inoltre l’impatto socio-economico sul territorio nei prossimi trent’anni.

Fritelli racconta così la vocazione di Roma: “Il Node raccoglie alcune delle tecnologie del gruppo. Qui abbiamo i combustibili sostenibili, con un impianto che farà il pretrattamento perché la qualità del combustibile bio che ne esce sia sempre conforme. C’è poi un impianto che produce idrogeno verde in modo nuovo, con membrane che rendono più efficiente la produzione da energia solare. E c’è un impianto per il recupero dei materiali di scarto: le plastiche non recuperabili verranno gassificate, per utilizzare quel gas e ottenere nuovi prodotti chimici”.

Gli altri cinque centri europei si occupano di ricerca sulle tecnologie, mentre Roma ha il compito di gestirle. E il mercato a cui guardano non ha confini. “Quello che si cucina nelle nostre cucine ha un pubblico mondiale”, spiega Fritelli. “Non è una cucina adatta ai gusti di un posto: quando si è nel mondo delle commodity, dei vettori energetici, dei fertilizzanti, il cliente è mondiale”.


@Maire
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La lezione di Boston

Per spiegare da dove nasce l’idea, Di Amato parte da un viaggio. Durante una visita al Mit di Boston ha capito cosa rende fertile un ecosistema dell’innovazione: università, ricerca, capitali e impresa a pochi chilometri l’una dall’altra. Lì un ragazzo di diciannove anni aveva già ottenuto circa 10 milioni di dollari per la sua idea, senza che nulla frenasse il talento.

In Italia, ricorda il fondatore, solo l’1% di chi entra nelle università Stem ha un’attitudine imprenditoriale: “Dobbiamo colmare questo gap”. La risposta di Node è una filiera completa, in cui un giovane può frequentare un liceo tecnologico, proseguire all’Its, lavorare in azienda, perfezionarsi all’università e sperimentare le proprie idee su un impianto pilota. Il centro si affianca alla Fondazione Green Innovation Its Academy che forma tecnici specializzati in decarbonizzazione ed economia circolare con il corso biennale e gratuito per Energy Transition Specialist.

Il prossimo passo sarà un Innovation Lab, “un luogo in cui una ragazza o un ragazzo possa entrare da studente e avere un futuro da manager”.

Il ministro Urso legge nel progetto un valore che va oltre i confini del quadrante romano. “Questo è un esempio, che spero diventi un modello, di come l’impresa italiana, coniugando al meglio l’identità con l’innovazione e l’internazionalizzazione, affronta le sfide della transizione ambientale, della sostenibilità energetica e certamente anche dell’economia digitale”, ha dichiarato. “Qui giovani ricercatori e scienziati sperimenteranno concretamente l’efficacia delle proprie idee sulle nuove tecnologie e sui nuovi materiali, e l’Italia, in questo, può essere uno dei leader in Europa”.

Competere con la conoscenza: l’ingegnere umanista

Di Amato sul terreno della competizione non ha dubbi: “La competizione industriale non si vince tagliando il prezzo. Si vince con l’efficienza, la conoscenza e l’innovazione”. Per Maire significa essere sempre più tecnologi, oltre che costruttori di grandi impianti. Da qui la funzione dimostrativa del centro: testare processo, carica in ingresso e prodotto in uscita, per ridurre il rischio prima che un cliente affronti un investimento importante. “Da ingegneri, siamo abituati a partire dalla fine: immaginiamo il risultato, individuiamo le condizioni necessarie e costruiamo il percorso per raggiungerlo”.

Node non sarà soltanto un luogo di tecnologia. Ospiterà un museo aziendale, spazi dedicati al patrimonio industriale di Maire e il dialogo con gli artisti ospitati dal gruppo, comprese le otto opere vincitrici di EvolveArt, il concorso promosso da Fondazione Maire e Maire sui temi della transizione energetica e della sostenibilità. È la visione dell’”ingegnere umanista”, per cui l’innovazione è anche un atto culturale, capace di connettere conoscenza, estetica e ambizione industriale.

L’articolo Node, a Roma la transizione energetica diventa industria è tratto da Forbes Italia.

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