Next Step: Spirito imprenditoriale e talento per lavorare in EY

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Con un fatturato europeo di circa 20 miliardi di euro e oltre 50.000 dipendenti, EY rappresenta una vera e propria metropoli globale delle competenze. In un mercato del lavoro in continua evoluzione, attrarre, formare e trattenere i migliori talenti è una sfida complessa e vitale. Per comprendere le dinamiche di questo ecosistema, abbiamo intervistato Francesca Giraudo, Europe West Deputy Talent Leader e direttrice delle risorse umane per l’Italia in EY.

In questa intervista esclusiva, Giraudo ci accompagna dietro le quinte delle strategie di recruiting di uno dei colossi mondiali della consulenza, delineando i profili più ricercati, le prospettive di crescita economica e offrendo preziosi consigli pratici per i giovani che desiderano intraprendere una carriera in questo settore, sfatando miti e delineando il futuro del lavoro tra innovazione tecnologica e relazioni umane.



L’intervista completa:

Come fa EY a rimanere un brand così attrattivo per i giovani talenti?

Il punto differenziante, secondo me, risiede nella nostra offerta: abbiamo la capacità di promettere e di mantenere una promessa di crescita e di sviluppo molto veloce. Una realtà come la nostra permette effettivamente di costruire competenze ed esperienza, lavorando con clienti di primissimo livello in maniera decisamente rapida. Onestamente, è un’opportunità che non è così diffusa sul mercato, ed è questo che ci permette di rimanere un polo di grande attrazione per i professionisti.

Qual è il suo ruolo esatto in azienda e da quale percorso formativo proviene?

Attualmente ricopro il ruolo di direttore delle risorse umane, il che significa prendersi cura delle nostre persone dalla prima fase di attrazione sul mercato fino all’uscita, gestendo end-to-end tutto il ciclo di vita del dipendente. Mi occupo di selezione, ma soprattutto di formazione, sviluppo, gestione, crescita e reward. Mantengo un ruolo operativo in Italia e uno più strategico a livello europeo. Ho un background generalista: mi sono laureata in scienze politiche e ho conseguito una specialistica in gestione delle risorse umane. Ho iniziato il mio percorso con il classico stage in Iveco, per poi passare al mio primo vero impiego in Hewlett-Packard, proseguire in Vodafone e approdare infine nel mondo della consulenza con EY.

Quali sono i valori aziendali e la cultura che caratterizzano il vostro gruppo?

L’elemento che ci caratterizza profondamente è l’imprenditorialità, perché in EY si può essere imprenditori di se stessi e fare attività imprenditoriale sul mercato. Questa anima si unisce a un core business legato anche alla revisione, che esige una grande attenzione alla qualità, al dettaglio e all’etica. Richiediamo la capacità di prendere sempre la decisione giusta in situazioni complesse, bilanciando il rispetto delle regole con la proattività. Di fatto, ci troviamo a gestire 50.000 imprenditori, un compito non facile ma estremamente stimolante.

Alla luce delle 10.000 assunzioni europee e 2.000 italiane all’anno, su quali competenze vi concentrate maggiormente oggi?

I numeri sono molto importanti: assumiamo più di 10.000 persone in Europa e oltre 2.000 in Italia. Sebbene le competenze verticali spazino dall’esperto fiscale all’ingegnere, oggi ci focalizziamo su due fattori trasversali. Il primo è il “capitale agentico”, ovvero il potenziale della persona: cerchiamo la capacità di prendere in mano situazioni diverse, usare le proprie risorse in maniera costruttiva e trovare sempre soluzioni efficaci. Il secondo tema, oggi caldissimo, è la capacità di utilizzare la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, indipendentemente dalla propria area di competenza specifica. Se dovessi far pendere l’ago della bilancia tra hard e soft skills, dal mio punto di vista HR, sceglierei sicuramente il potenziale e l’agenticità, perché una persona con queste doti continuerà sempre a imparare e ad affrontare positivamente ogni sfida.

Quali sono i profili accademici più in target e quanto incide l’università di provenienza?

Al momento abbiamo un’importante prevalenza di profili provenienti dal mondo economico e dalle business school, con un rapporto dell’80% contro un 20% di materie STEM. Tuttavia, la tendenza è quella di arrivare presto a un 60-40, perché la componente tecnologica è fondamentale per trasformare i processi dei nostri clienti. Per quanto riguarda gli atenei, la nostra è un’azienda democratica: assumiamo da tutta Italia e da tutta Europa in modo capillare. Pur riconoscendo l’importanza di atenei come Bocconi o Luiss per le lauree economiche, crediamo che il talento sia ovunque e lavoriamo in un panorama molto equilibrato, valorizzando l’università come fondamentale ascensore sociale. Ad esempio, il nostro terzo ufficio più grande d’Italia, dopo Milano e Roma, si trova a Bari.

Come è strutturato il processo di selezione per gestire oltre 200.000 candidature europee?

Il rapporto tra assunzioni e candidature è di minimo uno a dieci, il che significa gestire volumi enormi. Solo in Italia abbiamo una squadra dedicata di circa quaranta recruiter per analizzare i CV in modo rapido e mirato. Il processo normalmente parte da un’internship o, per i neolaureati, da un apprendistato. Dopo lo screening del curriculum, i candidati affrontano dei test online, un assessment di gruppo e un doppio colloquio: uno motivazionale con le Risorse Umane e uno più tecnico con la linea di business. Nonostante stiamo sperimentando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per i primissimi filtri, la voce finale e la scelta spettano sempre al giudizio umano del recruiter in sinergia con i partner aziendali.

Quali consigli pratici darebbe a un candidato per affrontare al meglio i vostri colloqui?

Innanzitutto, è fondamentale studiare l’azienda ed evitare candidature massive senza comprendere realmente cosa offre la nostra realtà. Bisogna capire quali delle proprie esperienze possono portare valore. Un altro consiglio, che può sembrare banale, è ascoltare con attenzione la domanda dell’interlocutore e rispondere in modo autentico, senza esagerare o inventare storie che non reggerebbero a un buon colloquio. A fine incontro, consiglio di fare domande costruttive che nascano dalla conversazione appena avuta, dimostrando capacità di dialogo, anziché porre quesiti pre-studiati e vuoti. Anche l’abbigliamento gioca la sua parte: raccomando un look formale e pulito, come una camicia e possibilmente una giacca, per dimostrare un buon fit con l’ambiente aziendale.

Quali sono le prospettive di crescita economica e professionale per chi entra in EY?

La consulenza è un ambiente in cui la crescita è molto rapida. Il turnover, che si attesta intorno al 15%, è piuttosto basso rispetto allo storico del settore. Spesso consideriamo i primi anni come un “master pagato”, in cui si matura un’esperienza eccezionale. A livello retributivo, la RAL di partenza si aggira sui 30.000 euro o poco più. Dopo un paio d’anni si può diventare senior, in altri due o tre anni manager e, proseguendo, senior manager nel giro di sette o otto anni totali. A quel livello si possono raggiungere i 70.000 euro e oltre. La progressione è accompagnata da bonus crescenti legati alle performance sui progetti e, per i ruoli apicali, allo sviluppo commerciale. Inoltre, le carriere si stanno diversificando: il dogma dell’”up or out” esiste ancora ma è meno rigido; un eccellente profilo tecnico può avere una carriera lunga e gratificante anche senza necessariamente diventare partner.

Tra smart working e carichi di lavoro importanti, qual è la ricetta per l’equilibrio nella vostra realtà?

Il nostro è un lavoro in cui i tempi sono spesso dettati dalle emergenze dei clienti, motivo per cui richiediamo estrema flessibilità ed extra effort durante i picchi. Per quanto riguarda lo smart working, credo fortemente nell’equilibrio. Specialmente all’inizio della carriera, lavorare esclusivamente da casa è un errore. In un mondo sempre più connesso digitalmente ma disconnesso personalmente, essere in ufficio offre l’opportunità impagabile di lavorare spalla a spalla con professionisti esperti, imparare dalla relazione diretta e costruire un network solido. La flessibilità è un valore assoluto, ma non deve trasformarsi in una scusa per non uscire dalla propria zona di comfort casalinga o per rinunciare a fare squadra.

L’articolo Next Step: Spirito imprenditoriale e talento per lavorare in EY è tratto da Forbes Italia.

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