La storia dell’imprenditore italiano che ha creato l’Usb dello spazio

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Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Ludovico Campana ha 33 anni e ne aveva 25 quando ha detto ‘basta’. Designer di auto, origini spoletine e milanese d’adozione, si è trovato davanti a un muro: “Stavamo sviluppando un nuovo progetto, per il quale si pretendeva massima innovazione senza toccare alcunché”, ricorda. “Ho cominciato a chiedere: ‘Perché le auto hanno cinque posti?’”. Non una domanda stupida, piuttosto un principio, secondo lui, da scardinare: “Semplicemente, mi hanno risposto, si è sempre fatto così. Quello stesso giorno me ne sono andato”.

Campana è salito su un treno, lungo la linea zoppicante che collega Ancona alla sua cittadina natale; gli serviva tempo per raccogliere le idee. E fondare, nel 2018, Tuc Technology, insieme con il collega e amico Sergio Pininfarina, nipote d’arte. Oggi Tuc è un’impresa deep tech che dà lavoro a 20 persone e propone un concetto nuovo di architettura automotive: il plug and play per quella che hanno definito la ‘usb delle auto’. In parole semplici: connettere componenti elettroniche di un’automobile come si collegano un mouse o uno schermo al pc. “Si possono ‘pluggare’ (termine piuttosto caro a Campana, che lo ripete spesso, ndr) e spostare schermi, sensori. Si possono sostituire con modelli più recenti, che tuttavia il sistema riconosce. Possiamo pluggare anche volanti e sistemi audio. Il mio sogno è che si vendano auto vuote, così che sia la gente a scegliere cosa metterci dentro”.

Dalle auto ai satelliti

Qualche anno dopo, il designer ha iniziato a guardare i satelliti e i sistemi spaziali con lo stesso occhio. E ha trovato difetti molto simili a quelli del settore automotive: “I satelliti sono costruiti come fossero abiti sartoriali, ognuno adattato alle esigenze di una missione specifica”. Un approccio ancora troppo verticale che, secondo Campana, va in direzione contraria rispetto al paradigma della new space economy, distinto dalla standardizzazione e della modularità: “L’80% del budget di una missione va nella ‘integration’: punta a far cooperare sistemi che non funzionano insieme attivamente, utilizzando connettori diversi, e ne esistono migliaia. Noi facciamo tutto con un unico connettore”.

In Italia sono nate diverse smart factory (Thales Alenia Space, Argotec, Sitael) per produrre satelliti con nuovi approcci modulari e digitali, ma, secondo Campana, la transizione tecnologica è ancora lenta. Lui ambisce ad accelerarla: “Spostiamo l’industria da prodotti custom, quasi artigianali, a prodotti a piattaforma, e abbattiamo i costi del 40% solo grazie a un’interfaccia standardizzata”.

La sua visione del futuro è un contatto, una ‘porta’ intelligente, progettata per riconoscere qualsiasi dispositivo. Due ‘parentesi’ e un ‘occhio’ centrale sono disseminati nella plancia di un’auto o nella scocca di un satellite per consentire ampia scelta su dove disporre ciascun dispositivo. Ogni porta è come il ganglio di un sistema nervoso, tutti collegati attraverso un unico cavo che innerva il veicolo. “Può essere una modularità interna di un sottosistema, tutto quello che sta dentro lo puoi pluggare: spariscono i cablaggi, le viti, e tutto viaggia sulla stessa architettura”. È un design pulito, minimale, contrapposto al caos progettuale che Campana ha deciso di lasciarsi alle spalle. Viene da pensare ai caricabatterie dei cellulari, ognuno diverso fino a quando non si è imposta una versione unica, che ha semplificato la vita a tutti: “La nostra tecnologia ha ottenuto il brevetto in 140 paesi; in otto anni abbiamo avuto una media di cinque clienti all’anno in Europa, Asia e Centro America. Siamo a bordo di prototipi di grandi case automobilistiche, perché Tuc Technology consente di produrre auto tecnologicamente molto avanzate, ma a prezzi che fanno concorrenza a quelle cinesi”.

La filosofia del plug and play

Dalla plancia di un’automobile Tuc Technology passa ora alla scatola del satellite, alla quale connettere strumenti e dispositivi utili alla missione: “Con un semplice gesto si possono applicare pannelli solari, antenne, camere e sensori specifici dove servono”, suggerisce Campana, o addirittura disegnare l’interno di un ambiente abitabile, come una stazione spaziale. È uno dei futuri possibili della space economy e promette di realizzare ambienti molto diversi dai laboratori orbitanti costruiti finora: “La Stazione spaziale internazionale (Iss) tra non molto sarà fatta deorbitare, rottamata, perché non è possibile aggiornarla. Con un sistema come il nostro, non si dovrebbe gettare via tutto quel lavoro, frutto di una collaborazione straordinaria tra popoli e nazioni, solo perché non si possono sostituire i computer ed è tutto così caotico”. 

Il plug and play, secondo Campana, permette non solo di cambiare disposizione agli elementi — l’arredo, l’illuminazione, le maniglie, gli attrezzi ginnici o quelli per le vivande e i pasti —, ma anche di sostituire quelli obsoleti con hardware aggiornati. I computer, i monitor, i sensori, i rack per gli esperimenti scientifici.

Da Torino allo spazio

L’idea di portare tutto fuori dall’atmosfera è nata nel 2024, nei laboratori di Torino, e ha visto la luce due anni dopo. “Abbiamo contatti e interesse da clienti in America ed Europa”, dice Campana. La pulizia del concept che mostra l’ad è contrapposta ai cablaggi che ricoprono le pareti della Iss. La soluzione, infatti, è il cavo unico, un semplice ethernet, come quelli che usiamo in salotto per allacciare il modem alla rete. “Usando la tecnologia del multiplex abbiamo neutralizzato la necessità di avere un cavo specifico per ogni segnale. Possono arrivare uno schermo prodotto in Cina e uno in America, e automaticamente Tuc li riconosce e li spedisce al brain, programmato per riaprire il segnale e capire cosa contenga”. Il brain è il cervello di zona, progettato per gestire e comprendere i segnali; sostituisce tante centraline differenti, sia nelle auto che in orbita.

Beninteso, Tuc non produce hardware: “Quello che diamo ai clienti è tutto il patent box in licenza; sono loro a occuparsi di integrarlo con i sistemi e con il supporto del nostro centro di ingegneria, che conta profili di alta specializzazione. Vogliamo dare a tutti la possibilità di parlarsi. Il nostro slogan è ‘Connecting worlds’, cioè noi connettiamo le aziende, le tecnologie attraverso questa interfaccia, come avviene nell’elettronica con l’usb”. Tutto, dice Campana, è fatto per dialogare con qualsiasi sistema di missione proprietario. La direzione è quella del progresso, inteso come semplificazione della vita. Standardizzare l’accesso allo spazio come il pc ha popolarizzato l’informatica: ridefinire il concetto di satellite, finanche quello di missione spaziale.

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L’articolo La storia dell’imprenditore italiano che ha creato l’Usb dello spazio è tratto da Forbes Italia.

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