Perché i rapporti tra Canada e Stati Uniti non sono mai stati così tesi
Contenuto tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Quando vieni attaccato sei in guerra, e noi siamo stati attaccati”. Queste parole non le ha pronunciate Zelensky o il presidente di un altro paese impegnato in un conflitto armato, ma Mark Carney, primo ministro canadese, dopo l’annuncio, ad agosto, dei dazi statunitensi al 50% su circa 27 miliardi di dollari di esportazioni canadesi, pari circa al 5% dell’export negli Usa. Dopo settimane di trattative fallite, Trump ha detto via Truth che il Canada “ha derubato l’America per anni” e “non verrà trattato come uno stato”.
Carney è consapevole che un atteggiamento remissivo nei confronti delle politiche commerciali di Trump non paga, come hanno dimostrato gli accordi molto penalizzanti siglati dall’Ue con l’amministrazione Usa. Perciò ha risposto ‘dollaro su dollaro’, imponendo dazi dal 15 al 50% su circa 700 prodotti made in Usa per un controvalore di 27 miliardi di dollari canadesi (circa 11,7 miliardi di euro). Trump ha firmato un’ordinanza per rinominare il Lago Ontario ‘Lago America’, sulla falsa riga di quanto fatto nei mesi scorsi con il Golfo del Messico, divenuto ‘Golfo d’America’. Ciò non ha fatto altro che esacerbare ulteriormente i rapporti tra i due paesi. La stessa Google Maps si è dovuta adeguare con il nuovo nome di ‘Lago America’ per chi si geolocalizza negli Usa, mentre per chi lo fa in Canada è rimasto il nome ‘Lago Ontario’.
Il petrolio canadese
Nei mesi scorsi il presidente statunitense ha criticato il suo omologo per l’intesa commerciale firmata con la Cina a inizio 2026, definita il “peggior accordo mai stipulato” perché, a suo dire, distruggerà l’economia canadese. Pechino è già il secondo partner commerciale di Ottawa. Secondo il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il Canada potrebbe aumentare le esportazioni in Cina almeno del 50% entro il 2030. Per raggiungere queste percentuali, nel 2027 partirà la realizzazione di un nuovo oleodotto di circa mille chilometri per esportare il petrolio della provincia dell’Alberta in Asia e, in particolare, in Cina. La pipeline sarà terminata nel 2035 e avrà la capacità di trasportare un milione di barili di greggio al giorno, rispetto agli attuali 890mila dell’oleodotto Trans Mountain.
La Cina, primo consumatore di petrolio al mondo, vuole incrementare i già floridi rapporti con il Canada, terzo paese per riserve di petrolio, non solo per diversificare ulteriormente le forniture di idrocarburi, ma anche per cercare di rescindere il rapporto, finora simbiotico, con gli Usa. Trump, se da una parte vuole ribilanciare lo squilibrio commerciale con il Canada, che nel 2025 ha raggiunto i 48 miliardi di dollari, dall’altra non può accettare una rottura definitiva con il suo primo fornitore di petrolio. Al momento, quattro milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 90% dell’intera produzione canadese, vengono esportati negli Usa. Washington, pur avendo raggiunto, sulla carta, l’indipendenza energetica, non può rinunciare al petrolio più pesante e viscoso come quello dell’Alberta, che verrà poi raffinato insieme a quello americano più ‘leggero’ estratto tramite fracking.
La questione artica
Non c’è solo il petrolio. L’interscambio commerciale Usa-Canada ha superato gli 880 miliardi di dollari annui e la frontiera tra i due paesi viene attraversata giornalmente da 2 miliardi di dollari di merci e 330mila persone. Carney punta a diversificare il più possibile le esportazioni, finora molto legate agli Stati Uniti, e per questo nell’ultimo anno ha siglato 20 accordi economici e di sicurezza con altrettanti paesi. Secondo i dati di Canada Statistics, dal 2024 Ottawa ha aumentato l’export con paesi diversi dagli Usa del 60%. Inoltre, l’importanza strategica del Canada potrebbe ulteriormente aumentare se, per via del riscaldamento globale, fosse disponibile per periodi più lunghi dell’anno il ‘passaggio a Nord-Ovest’: una rotta che, attraverso il Mare Glaciale Artico e l’arcipelago artico canadese, permetterebbe di raggiungere l’Asia dall’Europa, risparmiando oltre quattromila chilometri rispetto a Panama. È già in atto una disputa territoriale con gli Stati Uniti sulla sovranità del passaggio, che Washington considera come acque internazionali e Ottawa come proprio.
La possibilità di sfruttare il passaggio a Nord-Ovest interessa fortemente anche la Cina. Pechino ha lanciato il progetto Polar Silk Route per lo sfruttamento dei passaggi artici resi più disponibili dallo scioglimento dei ghiacciai e sta portando avanti la costruzione di navi rompighiaccio a propulsione nucleare. I traffici commerciali cinesi, e soprattutto le importazioni di greggio, passano per la maggior parte dallo stretto di Malacca e diminuirne la dipendenza, tramite questa via alternativa, renderebbe più sicure le forniture petrolifere e l’economia. Perciò Wang Yi afferma che il rapporto tra Cina e Canada è “significativo”. Pechino può trovare in Ottawa un prezioso e inaspettato alleato contro gli Stati Uniti. Carney, d’altronde, è consapevole che, per quanto possa ampliare lo spettro dei partner, non potrà mai fare a meno, a livello economico e di sicurezza nazionale, degli Stati Uniti. I dazi riguardano, per ora, solo il 5% delle rispettive esportazioni e sembrano più una minaccia per poi rimettersi al tavolo delle trattative che una vera iniziativa protezionistica.
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