Come Giorgio Pasotti ha trasformato l’esperienza da attore in visione d’impresa
Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Small Giants. Abbonati!
di Mirko Crocoli
Dopo una intensa esperienza giovanile nel cinema a Hong Kong, trasferitosi inizialmente per affacciarsi al mondo della medicina sportiva (sua prima vocazione), Giorgio Pasotti, bergamasco, classe ’73, è tra gli interpreti più versatili e impegnati del piccolo grande schermo, esordisce in Italia con I piccoli maestri, lungometraggio sulla resistenza di Daniele Lucchetti, per poi estendere i suoi lavori anche alla televisione e al teatro, con dozzine di fiction e opere di grande successo di critica e pubblico.
Fa parte del cast del film premio Oscar La grande bellezza e firma la regia dell’Otello di Shakespeare (2025), con il riadattamento del testo a cura di Dacia Maraini. A queste attività affianca la sua nuova dimensione da imprenditore: insieme al manager Gianluca Cannizzo ha fondato la casa di produzione Wonder Film (parte del gruppo Wonder Group, a sua volta fa capo a La Magnifica Holding).
Con Wonder Film ha realizzato, tra gli altri, il seguitissimo Rosso Volante (storia del bobbista Eugenio Monti) ed è in procinto di uscire nelle principali sale europee con il suo ultimo film. In questo terzo lavoro da regista, che rispecchia fedelmente le dinamiche del mondo attuale e l’amaro gioco della competizione più spietata, Pasotti vestirà tutte le sue sfumature professionali: produttore, attore e regista. Ha al suo attivo oltre 30 film, diretti da grandi registi come Gabriele Muccino, Paolo Sorrentino, i fratelli Vanzina, Davide Ferrario e Giulio Base.
Proprio con Dopo mezzanotte di Ferrario ha ottenuto una nomination ai David di Donatello e conquistato diversi premi, tra cui il Premio Flaiano e la Grolla d’Oro. A questo si affianca il suo profilo da imprenditore, intrapreso con successo da circa due anni nel comparto culturale e istituzionale ai più alti livelli. È infatti presidente onorario del Festival del Cinema di Conegliano e, dal 2020, direttore artistico del Teatro Stabile d’Abruzzo a L’Aquila, uno dei poli teatrali di maggior prestigio del Paese. È inoltre volto e ambassador di Bmw Roma.
Giorgio, a breve sarà di nuovo al cinema in una triplice veste: regista, produttore e attore. Ci racconta questo nuovo progetto?
Sotto a chi tocca, in uscita l’8 ottobre, è il mio terzo film da regista ed è prodotto da me insieme a Rai Cinema. Nel cast, tra gli altri, ci sono Rocco Papaleo, Stefano Fresi, Giovanna Mezzogiorno e Giacomo Giorgio, oltre al sottoscritto. È un’opera che esplora il tema del lavoro oggi, dove trovare un’occupazione è diventato estremamente complesso e la competitività si è alzata a livelli spietati. Nello specifico, raccontiamo i meccanismi con cui le grandi multinazionali selezionano i propri top manager: i colloqui e le prove spesso surreali a cui i candidati sono costretti a sottoporsi. Tutti i protagonisti si ritrovano nello stesso ufficio all’interno di un grattacielo per sostenere il test attitudinale. Lì scoprono, però, che non c’è nessuno ad attenderli per fare le domande: sono tutti candidati in competizione tra loro. Inizia così un gioco al massacro in stile Highlander, dove ne rimarrà soltanto uno. E, come spesso accade, a spuntarla sarà la figura peggiore, più feroce e anaffettiva. È la rappresentazione concreta della disumanizzazione contemporanea, in cui si è disposti a tutto pur di conquistare il posto di lavoro desiderato.
Facciamo un passo indietro. Dai primi passi nel settore fino al grande schermo: da dove ha origine il suo percorso?
Tutto nasce da un incontro casuale e dalla fatalità del destino. Avrei dovuto e voluto fare il medico sportivo, era il mio grande sogno sin dai tempi del liceo. Poi, a 19 anni partii per la Cina, perché in Cina c’era l’opportunità di iscriversi a un’università (una sorta di Isef cinese) dove da un lato potevo continuare ad allenarmi, ma dall’altro iniziare anche a studiare medicina tradizionale applicata allo sport, progetto che poi sarebbe continuato nelle facoltà italiane. Un bel giorno arrivò una produttrice di Hong Kong, stiamo parlando del 1992, in una Hong Kong peraltro ancora sotto il protettorato inglese. Cercava un ragazzo occidentale per poter interpretare una piccola parte in un loro film, cinese. Vinsi il provino, giovanissimo, eravamo veramente in pochi dall’Europa. Poi mi richiamarono per farne un secondo, poi un terzo e poi ancora un quarto e così via. In poco tempo mi sono ritrovato a fare action movie in Cina.
E l’Italia?
C’era un regista molto bravo, italiano, Daniele Lucchetti, che venne a sapere di questo ragazzo che faceva film di arti marziali in Cina. Mi notò, chiamò i miei genitori, mi attese al rientro e mi offrì subito la possibilità di prendere parte a un progetto molto importante: I piccoli maestri. Correva l’anno 1998: mi si aprirono le porte del cinema italiano. Quella di Lucchetti era una storia vera, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Meneghello, in cui si narrava di questo manipolo di giovani che lasciavano e abbandonavano gli studi per abbracciare la Resistenza. In realtà mi sono trovato ad accettare un film che rappresentava un pezzo della mia esistenza, poiché mio zio, il fratello maggiore di mio padre, fu uno di quei giovani che durante la seconda guerra mondiale venne rastrellato e fucilato dai nazifascisti sulla Linea gotica. In qualche modo è la storia di un pezzo importante della mia famiglia, per cui decisi di accettare. Da lì non mi sono più fermato.
Ha imparato tutto sul campo?
No, non ho mai fatto studi di teatro o cinema, ma c’è da dire che provengo da una concezione del lavoro molto radicata, nordica, bergamasca, che mi ha dato l’opportunità di mettermi alla prova in proprio, studiando molto sul campo, cercando di recuperare tutte le lacune che avevo in termini di preparazione tecnica.
E poi – dopo decine di film e fiction – arriva il Pasotti ambassador e imprenditore. Partiamo con Bmw Roma, del quale lei è appunto ambassador…
Rappresenta una forma nuova di partenariato e di immagine imprenditoriale. Con Bmw Roma è nata una collaborazione tout court: oltre a prestare il mio volto, mi occupo in prima persona dell’ideazione e della regia dei contenuti video. È un progetto a cui tengo molto perché è un approccio inedito per il settore: non si limita all’uso della mia immagine, ma integra la capacità creativa e strategica di un marchio globale come Bmw.
E poi c’è la Wonder Film…
Sì, circa due anni fa. Ho aperto la casa di produzione Wonder Film con il socio Gianluca Cannizzo, e la volontà di creare dei lavori seguendo una linea editoriale ben precisa. Dei film che abbiano il più possibile un impatto internazionale raccontando però storie italiane ‘perdute’, temi che abbiano a che fare con l’internazionalità del nostro cinema. Una cosa che è stata per troppo tempo lasciata andare a favore di produzioni estere. Narrazioni che siano portatrici di valori, ma con una prospettiva e visione che vada fuori confine, anche commercialmente parlando, che possano interessare un pubblico vasto. Una filosofia che intende conquistare una fetta di mercato internazionale. Se pensiamo all’Odissea, non certo una storia americana, eppure campione di incassi. Evidentemente risponde ad una logica e una richiesta ben precise, ossia riportare in auge vecchi capolavori storici o eventi epici che il pubblico vuole di nuovo rivedere. Sin qui abbiamo prodotto già diversi documentari e docu-film, ma il primo lungometraggio ha avuto il suo esordio grazie a Rosso Volante, con Rai Cinema, il racconto di Eugenio Monti, da me interpretato: un bobbista degli anni Sessanta che ha vinto praticamente tutto. Uscito in occasione dei Giochi olimpici invernali. Ha avuto successo sia di critica che di pubblico.
Perché Wonder Film?
Perché Gianluca aveva già una società che si chiama Wonder Project, facente capo alla Holding La Magnifica, con la quale produce e organizza grandi eventi in tutto il mondo, collabora anche con la serie A di calcio, e il passo successivo insieme è stato proprio la Wonder Film. Mi piaceva anche il nome, quindi non solo ho sposato l’idea di una versione di me imprenditoriale, ma mi ci sono buttato con enfasi e con un grande desiderio di fare il meglio in ordine di soggetti e sceneggiature, oltreché alla regia.
E poi il ruolo di direttore artistico del Teatro stabile d’Abruzzo, a L’Aquila…
A Bergamo cresci con una sorta di cultura legata al lavoro, mi reputo un artigiano dello spettacolo, e questo del Teatro Stabile è stato un incarico che aveva il sapore della sfida più importante della mia carriera. Parliamo di un settore fondamentale e di un mondo delicato quale è il teatro, poiché dopo il terremoto è stato chiuso per 17 anni. C’era da ricostruire sia la parte strutturale dello stabile, ma anche e soprattutto ridargli nuova linfa e vita, avendo a che fare peraltro con il comparto pubblico, e in un palcoscenico prestigiosissimo che era stato di Gigi Proietti, e che dopo il conferimento del secondo mandato, avrò finalmente l’immensa fortuna di rivedere in auge a breve, tra poco, dopo anni di opere e performance (con immensi sacrifici) nel vicino teatro di prova. Ora ci dovremmo essere, ma per scaramanzia non dico altro. Credo che una delle ‘case della cultura’ più storiche e belle della nazionale, riavrà il suo tanto agognato momento di gloria..
L’articolo Come Giorgio Pasotti ha trasformato l’esperienza da attore in visione d’impresa è tratto da Forbes Italia.
