Perché gli stipendi italiani non riescono a tenere il passo con i principali Paesi europei
I salari italiani continuano a perdere competitività nel confronto europeo. Secondo il nuovo AI Reputation Index sviluppato da Cogit AI per Forbes Italia in collaborazione con Hays, il sistema retributivo italiano ottiene un punteggio di appena 39 punti su 100, collocandosi nella fascia “sotto la media” e al quintultimo posto tra le sette principali economie europee analizzate.
Il dato sintetizza un insieme di fattori che vanno oltre il semplice livello degli stipendi: competitività internazionale, crescita reale delle retribuzioni, equità, valorizzazione delle competenze, differenze territoriali e capacità di trattenere i professionisti più qualificati. Nel confronto europeo, l’Italia resta distante dalla Svizzera, che guida la classifica con 82 punti, ma anche da Germania (71), Francia (65) e Spagna (52).
Retribuzioni ancora lontane dalla media europea
Il rapporto fotografa una retribuzione annua lorda media di 33.492 euro, pari a circa il 22% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea e oltre il 32% in meno rispetto alla Germania. Ancora più significativo è il dato sul potere d’acquisto: nonostante gli aumenti nominali registrati negli ultimi anni, il reddito reale dei lavoratori italiani rimane inferiore del 7,5% rispetto al 2021.
Il problema, secondo l’analisi, non nasce dall’ultima fase inflazionistica, ma affonda le radici in un fenomeno strutturale. L’Italia risulta infatti l’ultimo Paese Ocse per crescita dei salari reali tra il 1991 e il 2023, segno di una stagnazione che dura ormai da oltre tre decenni.
La “trappola del medio”
Uno degli elementi che caratterizzano il mercato del lavoro italiano è la forte concentrazione delle retribuzioni nella fascia intermedia. Il 90% dei lavoratori percepisce meno di 40 mila euro lordi all’anno, mentre soltanto il 4% supera la soglia dei 50 mila euro. Una distribuzione che limita la capacità del sistema di premiare competenze, responsabilità e performance.
A questo si aggiunge una struttura salariale ancora poco flessibile. Più del 95% dei lavoratori è coperto da un contratto collettivo nazionale, ma solo il 37,4% beneficia di una componente variabile legata ai risultati o agli obiettivi raggiunti. Il risultato è un modello che garantisce tutele diffuse, ma offre pochi strumenti per valorizzare il merito individuale.
Il divario delle competenze digitali
L’indagine evidenzia come il premio economico riconosciuto alle professionalità più richieste non sia sufficiente a colmare il gap con gli altri mercati europei. Un AI Engineer con alcuni anni di esperienza può arrivare a percepire tra 46 e 51 mila euro a Milano, ma lo stesso profilo in Germania o nel Regno Unito raggiunge facilmente retribuzioni comprese tra 65 e 80 mila euro.
Non sorprende quindi che il 57% delle aziende segnali difficoltà nel reperire competenze specialistiche, mentre cresce il rischio di fuga dei talenti verso mercati più competitivi. Anche sul fronte della retention emergono criticità: il 44% dei lavoratori dichiara di essere disposto a cambiare azienda entro i prossimi dodici mesi.
Milano resta il mercato più competitivo
Le differenze territoriali continuano a incidere in modo significativo sulle opportunità professionali. Milano conferma il proprio ruolo di principale polo salariale del Paese, con retribuzioni mediamente superiori rispetto al resto d’Italia, soprattutto nei comparti finanziario, tecnologico e dei servizi avanzati. Seguono Roma, Torino e Bologna, ciascuna con specializzazioni differenti, ma nessuna riesce a colmare il vantaggio del capoluogo lombardo.
Il differenziale retributivo continua così ad alimentare la mobilità dei professionisti qualificati verso le aree dove si concentrano le maggiori opportunità economiche e occupazionali.
La trasparenza salariale diventa una leva competitiva
Tra i principali cambiamenti destinati a incidere sul mercato del lavoro c’è l’entrata in vigore della Direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che introduce nuovi obblighi per le imprese in materia di comunicazione dei livelli salariali e di monitoraggio delle differenze retributive.
L’indagine mostra come la domanda di maggiore trasparenza sia ormai molto diffusa: l’84% dei professionisti ritiene importante conoscere i range salariali e nove candidati su dieci dichiarano di preferire annunci di lavoro che riportino chiaramente la retribuzione prevista. Sul fronte delle imprese, tuttavia, il percorso di adeguamento appare ancora incompleto, con molte organizzazioni che temono effetti sul clima interno e un aumento delle richieste economiche da parte dei dipendenti.
Le priorità per rafforzare la competitività
Secondo Cogit AI e Hays, il miglioramento della reputazione del sistema salariale italiano passa da tre direttrici principali: aumentare la trasparenza nelle politiche retributive, costruire modelli organizzativi più orientati alle persone e investire con decisione nella formazione sulle competenze digitali e sull’intelligenza artificiale.
La ricerca evidenzia infatti che il tema non riguarda esclusivamente il livello degli stipendi. La competitività del mercato del lavoro dipenderà sempre più dalla capacità delle aziende di offrire percorsi di crescita, programmi di aggiornamento professionale, welfare e strumenti capaci di attrarre e trattenere le competenze necessarie alla trasformazione digitale. In questo contesto, il punteggio di 39 su 100 rappresenta non soltanto una fotografia dello stato attuale, ma anche un indicatore delle aree sulle quali il sistema italiano dovrà intervenire per ridurre il divario con gli altri principali mercati europei.
L’articolo Perché gli stipendi italiani non riescono a tenere il passo con i principali Paesi europei è tratto da Forbes Italia.
