“L’IA non deve sostituire la creatività”: Refik Anadol racconta come ha creato il primo museo al mondo sull’AI
“L’IA solleva interrogativi reali sul lavoro, la verità, la creatività e il potere”, dice l’artista turco Refik Anadol. “Ma non credo che la paura, di per sé, sia una bussola utile per costruire il futuro. Ogni tecnologia trasformativa nella storia dell’umanità ha in definitiva rispecchiato i valori e le intenzioni di coloro che l’hanno creata e governata, e non credo che l’IA sarà diversa”.
Anadol, che da tempo risiede negli Stati Uniti e collabora anche con la software house americana Salesforce dal 2015, è pioniere nell’uso dell’IA. Ha aperto a giugno scorso Dataland, il primo museo al mondo di IA, cercando anche di rispondere a molti interrogativi. “La vera domanda non è se questa tecnologia esisterà, perché esiste già, ma quali valori sceglieremo di attribuirle. È proprio per questo che abbiamo costruito Dataland. Volevamo dimostrare, in modo molto concreto, che l’IA può essere utilizzata anche per approfondire, proteggere la memoria ecologica e rafforzare l’empatia”.
Come ha cominciato a lavorare con l’IA?
Quando ho iniziato, a inizio 2010, lavorare con l’IA richiedeva un enorme impegno specialistico anche solo per produrre pochi secondi di immagini generative. Oggi, centinaia di milioni di persone interagiscono direttamente con questi sistemi. Ciò che si è evoluto maggiormente nel mio lavoro a non è la tecnologia in sé, ma l’ambizione delle domande che mi sento di porre. Inizialmente, ero affascinato dalla possibilità che una macchina potesse imparare da un archivio e produrre qualcosa di inaspettato. I miei dipinti e sculture di dati sono nati da questa curiosità. Col tempo, questo si è evoluto nel Large Nature Model, un sistema di intelligenza artificiale addestrato non sulla cultura umana, ma sulla memoria ecologica del pianeta stesso, che pone una domanda ben più ampia: può l’IA aiutarci a percepire sistemi troppo vasti e complessi perché un singolo individuo possa comprenderli appieno, come una foresta pluviale, una barriera corallina, i modelli migratori di un’intera specie? Ciò che mi affascina dell’IA è proprio la sua capacità di rivelare relazioni che sono sempre esistite, ma che per noi erano invisibili. Non la considero un sostituto della creatività umana. La vedo come un pennello pensante, un collaboratore che può sorprendermi, ed è in quella sorpresa, in quel momento tra intenzione e apparizione, che trovo che l’opera prenda vita in modo autentico.
Perché Dataland?
In una cultura sempre più caratterizzata da velocità e distrazione, creare uno spazio in cui la tecnologia possa effettivamente generare attenzione, meraviglia e contemplazione assume un significato profondo. Per secoli, i musei sono stati tra le tecnologie più importanti per l’umanità per preservare la memoria. Raccolgono e trasmettono la conoscenza di generazione in generazione. Eppure, viviamo in un momento in cui una parte senza precedenti della cultura umana esiste sotto forma di dati. L’esperienza digitale è diventata sempre più frammentata, dispersa tra piattaforme, feed e schermi. Dataland è nato da semplici domande: come sarebbe un museo se fosse concepito fin dall’inizio per un’era di dati e intelligenza artificiale? E se fosse un ponte tra il digitale e il fisico? Ciò che abbiamo costruito non è un’idea statica, ma un museo vivente. Le opere si evolvono continuamente. I sistemi apprendono, interpretano e generano. L’ambiente risponde ai visitatori. In alcuni casi, il pubblico stesso diventa parte della logica evolutiva dell’opera d’arte. In questo senso, Dataland è un tentativo di creare una casa culturale per forme di creatività che sono esistite in gran parte al di fuori delle istituzioni tradizionali.
Ha scelto Los Angeles per ampliare la sua carriera?
Los Angeles ha sempre accolto con entusiasmo audaci sperimentazioni culturali. È una città in cui cinema, architettura, design, tecnologia e arte si influenzano reciprocamente in continuazione. Ho vissuto qui per molti anni e questo ha plasmato profondamente la mia pratica artistica. Aprire Dataland all’interno di uno degli edifici di Frank Gehry è stato per me un evento significativo. Frank è da sempre uno dei miei più grandi eroi artistici. La nostra collaborazione per Wdch Dreams, che ha trasformato la Walt Disney Concert Hall in una tela vivente, ha cambiato radicalmente il mio modo di concepire l’architettura come mezzo per esprimere l’immaginazione.
La Cina sta integrando umanoidi e robot nella vita quotidiana. Come vede il futuro dell’umanità con l’ulteriore sviluppo di queste tecnologie e dell’IA?
Seguo questi sviluppi con grande curiosità e credo che riflettano un fenomeno più ampio in atto a livello globale: l’intelligenza sta iniziando ad assumere forme fisiche e tangibili, non limitandosi più a risiedere in uno schermo o in un server. La questione fondamentale è strettamente legata a ciò che esploriamo a Dataland: cosa succede quando l’intelligenza diventa parte integrante del nostro ambiente fisico, anziché qualcosa a cui accediamo da remoto? Credo che l’aspetto più importante, sia che si parli di robot umanoidi o di sistemi di intelligenza artificiale generativa, sia che questa integrazione nella vita quotidiana avvenga con trasparenza e intenzionalità, non semplicemente perché una tecnologia è diventata possibile. Guardando al futuro, immagino un mondo in cui il confine tra esperienza fisica e digitale continua a dissolversi, ma scelgo di impegnarmi per una versione di questo futuro in cui queste tecnologie rafforzino le nostre relazioni reciproche e con il mondo vivente, anziché sostituirle.
Lei è molto attivo anche in Europa e in Italia.
L’Italia occupa un posto molto speciale nella storia del nostro studio. Renaissance Dreams, presentato a Palazzo Strozzi a Firenze nel 2022, è stato uno dei nostri primi esperimenti più significativi in quello che chiamiamo AI Data Painting. Abbiamo addestrato algoritmi su secoli di pittura, scultura, letteratura e architettura, dal XIV al XVII secolo, e abbiamo lasciato che la macchina reimmaginasse quell’immenso corpus come un ambiente multidimensionale vivo e mutevole. Più recentemente, Living Architecture: Biophilia, presentata alla 19esima Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia nel 2025, ha utilizzato oltre cento milioni di immagini di flora, fauna e funghi terrestri, ponendosi la domanda su come potrebbe apparire un’architettura se fosse progettata in un autentico dialogo tra l’intelligenza della natura, l’intelligenza umana e l’intelligenza delle macchine. Data Tunnel, alla Galleria Bombi di Gorizia, inaugurata nel dicembre 2025, è un’opera più intima e meditativa: trasforma un passaggio riqualificato in quella che io considero una soglia, dove i visitatori camminano attraverso i primi, indefiniti sogni del Large Nature Model di texture botaniche, ritmi oceanici e schemi atmosferici prima che si trasformino in immagini. Insieme, questi tre progetti tracciano un percorso che mi sta profondamente a cuore: l’arte basata sull’intelligenza artificiale non dovrebbe mai essere collocata genericamente in uno spazio. Dovrebbe rispondere al luogo in cui vive, alla sua storia, alla sua architettura, alla sua luce.
L’articolo “L’IA non deve sostituire la creatività”: Refik Anadol racconta come ha creato il primo museo al mondo sull’AI è tratto da Forbes Italia.
