Il paradosso della generazione connessa: perché l’Italia ha fame di talenti digitali senza riuscire a intercettare i suoi giovani
di Tony Colapinto
C’è un numero che, meglio di molti altri, racconta una delle contraddizioni del mercato del lavoro italiano. Quando le imprese cercano giovani analisti e progettisti software, dichiarano difficoltà di reperimento in 70% dei casi. Su 8.460 ingressi under 30 programmati per questa professione, circa 5.900 risultano difficili da coprire. Eppure, nello stesso Paese, per un giovane laureato entrare stabilmente nel mercato del lavoro continua a essere più difficile che nel resto d’Europa.
Il problema, quindi, non è semplicemente la mancanza di posti, come spesso viene raccontato. E non può essere ridotto alla formula, altrettanto semplicistica, secondo cui mancherebbero giovani disponibili a lavorare. Tra i due estremi c’è un sistema che fatica a far incontrare domanda e offerta proprio mentre la tecnologia, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione stanno modificando rapidamente le competenze richieste dalle imprese. È qui che il paradosso italiano diventa un problema economico. Le aziende cercano professionalità che spesso non riescono a reperire, mentre una parte dei giovani impiega troppo tempo per trasformare anni di formazione in un lavoro coerente con il proprio percorso di studi.
Il problema comincia nella transizione
I numeri sull’occupazione giovanile raccontano una realtà più articolata rispetto all’immagine di un mercato completamente fermo. Secondo l’Istat, nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-34enni usciti dai percorsi di istruzione e formazione era pari al 70,2%. Il livello di istruzione continua a fare una differenza considerevole: tra i giovani con un titolo accademico la quota degli occupati raggiungeva l’82,2%.
È il confronto con l’Europa, tuttavia, a mostrare dove il meccanismo italiano si inceppa. Tra i laureati che avevano conseguito il titolo da non più di tre anni, il tasso di occupazione in Italia era del 74,2%, contro l’84,9% della media europea: una differenza di 10,6 punti percentuali. Superati i tre anni dal conseguimento del titolo, il divario si riduceva di 2,4 punti, con l’Italia all’87,4% e l’Unione europea all’89,8%.
Il dato suggerisce che una parte consistente del problema non risieda nell’impossibilità di assorbire i laureati nel lungo periodo, bensì nella lentezza del primo ingresso nel mercato del lavoro. Ed è una differenza sostanziale. Perché, mentre un giovane cerca la propria collocazione, il mercato continua a cambiare e, con esso cambiano le competenze richieste.
Le aziende assumerebbero ma non trovano i profili
L’altra metà della fotografia proviene dal Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro. Nel 2025 le imprese avevano programmato 670 mila contratti destinati ai laureati e 120 mila ai diplomati dell’ITS Academy. Il mismatch era però significativo: risultava difficile reperire il 47% dei profili complessivamente ricercati, percentuale che saliva al 50,9% per i laureati e al 57,3% per i diplomati ITS Academy. Nelle professioni tecnologiche la tensione può diventare ancora più evidente. È il caso degli analisti e progettisti software under 30, con quel 70% di difficoltà nel reperimento che rende quasi plastico il cortocircuito tra un mercato che cerca competenze e una generazione che fatica a entrarvi.
Non significa, naturalmente, che i giovani senza lavoro dispongano automaticamente delle competenze richieste dalle aziende. È proprio questo il punto. Un titolo di studio non coincide necessariamente con le competenze richieste per una determinata posizione. E l’essere cresciuti utilizzando smartphone, piattaforme e social network non trasforma automaticamente qualcuno in uno specialista digitale. Nel 2025 gli specialisti ICT costituivano il 5% dell’occupazione nell’Unione europea. In Italia erano appena il 3,8%, una delle quote più basse dell’UE. La distinzione tra consumare tecnologia e saperla progettare, sviluppare o integrare nei processi produttivi sta quindi diventando sempre più importante.
L’intelligenza artificiale alza l’asticella
L’AI generativa introduce un ulteriore livello di complessità. La lettura più immediata è quella di una tecnologia destinata a sostituire il lavoro umano. Le prime evidenze italiane delineano però uno scenario meno lineare. Uno studio della Banca d’Italia, pubblicato nel 2026, ha analizzato le imprese italiane con almeno 50 dipendenti attive nell’industria e nei servizi privati non finanziari. Nel 2024 poco più del 10% dichiarava di utilizzare già sistemi di intelligenza artificiale, mentre circa un terzo prevedeva di adottarli entro i due anni successivi.
Nelle imprese analizzate, l’adozione dell’AI risulta associata a una maggiore produttività del lavoro e a una redditività più elevata, nonché a uno spostamento dell’occupazione verso professionalità più qualificate, senza effetti negativi rilevati sull’occupazione complessiva.
Il perimetro dello studio impone comunque prudenza: non è possibile estendere automaticamente tali conclusioni all’intero sistema produttivo italiano, che in larga parte è composto da imprese di dimensioni inferiori. Ma il segnale è rilevante e non può essere ignorato. Per un giovane che oggi entra nel mercato del lavoro, il problema potrebbe non consistere soltanto nella sostituzione di alcune mansioni. Potrebbe essere l’aumento della soglia di competenze necessaria per accedere a professioni che, fino a pochi anni fa, costituivano il primo gradino di una carriera.
Sapere utilizzare un software ha un valore diverso quando è in grado di generare codice, analizzare grandi quantità di dati o automatizzare parte delle attività cognitive. Parallelamente, cresce il valore di chi sa verificare risultati, progettare sistemi, interpretare dati, proteggere infrastrutture, comprendere processi aziendali e utilizzare l’intelligenza artificiale in un contesto concreto. L’AI può quindi aumentare la produttività di chi possiede determinate competenze, ma anche rendere più urgente acquisirle.
Il mismatch ha un costo economico
La questione non riguarda soltanto i giovani. Riguarda la competitività del Paese. Quando un’impresa non riesce a trovare uno sviluppatore, un ingegnere o uno specialista digitale, una posizione vacante può trasformarsi in un progetto rallentato, in un investimento rinviato o in una trasformazione tecnologica più difficile da realizzare.
Dall’altra parte, quando un giovane impiega anni per trovare una posizione coerente con la propria formazione, parte del capitale umano costruito attraverso la scuola e l’università resta inutilizzata o sottoutilizzata.
Le indagini economiche dell’OCSE/OECD individuano proprio nelle difficili transizioni scuola-lavoro e nell’elevato skill mismatch alcuni dei problemi strutturali italiani. Molti giovani lasciano i percorsi di studio senza sufficiente esperienza professionale o senza alcune delle competenze pratiche richieste dalle imprese. Tra gli strumenti indicati figurano tirocini di qualità integrati nei percorsi formativi e un collegamento più efficace tra l’istruzione superiore e il mercato del lavoro.
Non significa ridurre l’università a un centro di formazione aziendale. Significa permettere a uno studente di capire, prima della laurea, come sta cambiando il mercato: quali imprese stanno crescendo, quali competenze richiedono, quali professioni stanno emergendo e quali percorsi possono trasformare una conoscenza accademica in una professionalità. E significa soprattutto comprendere che il mercato del lavoro disponibile non si limita necessariamente ai confini italiani.
Confrontarsi con il mercato internazionale prima della laurea
È su questa distanza tra formazione e impresa che anche gli eventi internazionali possono assumere una funzione diversa rispetto al tradizionale networking tra professionisti. SiGMA World, in programma alla Fiera di Roma dal 2 al 5 novembre 2026, riunirà aziende, operatori tecnologici, investitori, professionisti e decision maker provenienti da diversi mercati, con un programma che comprende gaming, tecnologia, finanza, pagamenti, intelligenza artificiale e innovazione digitale.
Nella giornata conclusiva del 5 novembre, gli studenti universitari potranno accedere gratuitamente tramite il SiGMA Rome Student Pass, entrare nell’area espositiva, incontrare le aziende presenti e seguire gli interventi degli esperti sui palchi. L’iniziativa è stata pensata proprio per avvicinare gli studenti alle opportunità professionali nell’iGaming e nella tecnologia. La possibilità più interessante, però, non riguarda soltanto l’incontro con le imprese italiane.
La dimensione internazionale dell’evento permette agli studenti di confrontarsi direttamente con aziende e professionisti che operano in mercati diversi, osservando da vicino quali competenze vengono richieste al di fuori dell’Italia, quali ruoli esistono all’interno di organizzazioni globali e quali percorsi possono condurre da un’università italiana a una carriera internazionale.
Per chi studia informatica, ingegneria, economia, marketing, diritto, comunicazione o data science, entrare in contatto con un’impresa internazionale prima ancora di inviare il primo curriculum può avere un valore che va oltre la ricerca immediata di un posto di lavoro. Significa vedere come funziona un mercato globale, capire quali standard professionali vengono richiesti e confrontare la propria preparazione con opportunità che spesso non emergono all’interno del percorso universitario.
L’articolo Il paradosso della generazione connessa: perché l’Italia ha fame di talenti digitali senza riuscire a intercettare i suoi giovani è tratto da Forbes Italia.
