Dalla tela al tessuto: la stilista che trasforma le opere d’arte in abiti da indossare

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Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Un abito può essere osservato come un quadro? La domanda accompagna il lavoro di Francesca Levi Tonolli, che negli ultimi anni ha progressivamente spostato il proprio progetto dal territorio della moda verso quello dell’arte. La definizione scelta per raccontare questa evoluzione è ‘art to wear‘: opere da indossare, costruite attraverso tessuto, colore e pittura, nelle quali il corpo introduce una dimensione ulteriore rispetto alla superficie della tela.

A fine settembre questo percorso è approdato alla Galleria M45, in via Manzoni 45 a Milano, con una mostra dedicata agli abiti nati dal confronto con alcuni protagonisti dell’arte del Novecento e oltre. Miró, Klimt, Fontana, Picasso, Kandinsky e Hokusai diventano territori visivi da attraversare. Levi Tonolli è partita dai loro alfabeti per arrivare altrove, trasformando composizioni, cromie e gesti pittorici attraverso la costruzione dell’abito: “L’opera diventa un punto di partenza. Non voglio copiare un quadro e trasferirlo su un vestito, ma osservo ciò che mi colpisce: un colore, una forma, un equilibrio o un dettaglio. Poi me ne allontano, spostando, ingrandendo, eliminando o ruotando gli elementi, anche portandoli dal davanti al dietro dell’abito”.

Quando la pittura si muove con il corpo

È in questa distanza dall’originale che ‘art to wear’ trova il proprio vocabolario. La storia del rapporto tra arte e moda è costellata di incontri celebri, dalle avanguardie del primo Novecento alle collaborazioni contemporanee tra artisti e maison. Nel lavoro di Levi Tonolli, però, il punto di contatto riguarda soprattutto il processo. L’opera fornisce una grammatica iniziale e il tessuto ne modifica le regole. La pittura acquista volume, segue una spalla, attraversa un fianco, scompare dietro una piega e riappare quando chi indossa il capo cammina. Il movimento diventa così uno degli strumenti compositivi. Seta, velluto e superfici opache restituiscono il colore in modo differente, mentre il taglio modifica la percezione del segno. “Una linea dipinta su una manica cambia quando il braccio si muove; un segno che passa dal davanti al fianco può apparire e scomparire durante il cammino”, spiega Levi Tonolli. Il corpo agisce sull’opera e produce continuamente nuove prospettive.

Miró, Klimt, Fontana: un problema diverso per ogni maestro

La selezione degli artisti presentati alla Galleria M45 consente di comprendere quanto possa cambiare questo procedimento a seconda del linguaggio di partenza. “Le forme biomorfe e il lessico cromatico di Miró aprono possibilità diverse rispetto alla tensione geometrica di Kandinsky. L’universo ornamentale di Klimt porta verso la superficie e la materia, mentre Picasso introduce il tema della scomposizione. Con Hokusai entrano in gioco l’acqua e la dinamica della composizione”. Il confronto più complesso, racconta Levi Tonolli, è stato quello con Lucio Fontana. “Davanti a un linguaggio essenziale non ci si può nascondere dietro la decorazione: bisogna comprendere il gesto, lo spazio e il vuoto. Trasformare quella forza in un abito senza banalizzarla è più difficile di quanto sembri”. Anche Klimt impone un problema opposto e altrettanto delicato: evocare la densità della materia e dell’oro mantenendo l’equilibrio dell’insieme.

Ogni abito dipinto a mano

Sono questioni che avvicinano il progetto alla pratica d’atelier dell’artista. Ogni capo viene dipinto a mano e conserva la traccia fisica della sua realizzazione: variazioni, pennellate, differenze nella stesura del colore diventano parte dell’opera. L’unicità deriva quindi dal procedimento stesso. “I miei abiti sono dipinti a mano e non vengono replicati nello stesso modo. Le pennellate restano visibili, con le loro imperfezioni. Per questo sono più vicini al gesto della pittura che alla produzione seriale della moda”.

Dalla passerella alla galleria: cambia lo sguardo

La scelta della Galleria M45 racconta, forse ancora più degli abiti, la direzione intrapresa da Levi Tonolli. Portare questi lavori in una galleria significa cambiare il modo in cui vengono guardati. “La passerella impone il tempo del passaggio: pochi secondi, una visione frontale, una successione di look. La galleria concede durata e prossimità. Permette di avvicinarsi alla superficie, osservare la pennellata, seguire il percorso di un segno e girare intorno al capo”.

Cambia anche la relazione con il pubblico: l’abito smette di essere soltanto un oggetto presentato attraverso il corpo e acquisisce una presenza autonoma nello spazio espositivo. Levi Tonolli cerca deliberatamente questa ambiguità: “Quando viene tolto e collocato su un manichino, vorrei che conservasse una presenza autonoma. È proprio questa ambiguità a interessarmi. Davanti a uno dei miei lavori, vorrei che ci si chiedesse per un momento: sto guardando un vestito o un’opera?”. La galleria diventa così parte del linguaggio del progetto, anziché semplice sede di una mostra.

Pochi pezzi, nuove mostre: il futuro dell’art to wear

Suggerisce una diversa modalità di presentazione e, insieme, un possibile modello di sviluppo. L’idea di crescita di Levi Tonolli si allontana infatti dalla successione stagionale delle collezioni per concentrarsi su pochi pezzi e su occasioni espositive capaci di stabilire, di volta in volta, nuovi dialoghi con l’arte. “Mi piacerebbe immaginare una serie di mostre in gallerie diverse, anche fuori dall’Italia, in cui il mio lavoro possa dialogare ogni volta con opere e artisti differenti”, racconta. “Vorrei continuare a produrre pochi pezzi, molto curati, senza perdere la libertà di oggi”.

L’articolo Dalla tela al tessuto: la stilista che trasforma le opere d’arte in abiti da indossare è tratto da Forbes Italia.

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