Il paradosso di H-Farm: cosa insegna lo sport sulla gestione dell’IA in azienda

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Articolo tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Istanbul. Finale di Champions League. Il palazzetto trattiene il fiato. Maurizia Cacciatori, per anni capitana della Nazionale italiana di pallavolo, ha meno di un secondo per decidere. L’allenatore ha chiamato palla alta in zona quattro e nessun rischio, ma la palla arriva a filo rete e a lei restano due strade: l’ordine oppure l’istinto. Sceglie il pallonetto, contro le indicazioni ricevute, e vince. “Altrimenti”, racconta, “sarei ancora a Istanbul”.

Milano. Sala riunioni. Un dirigente si trova nella stessa situazione. Più dati di lei, un cruscotto che gli dice cosa fare e tutto il tempo per leggerlo. Comunque non riesce a decidere. “Per un algoritmo, una schiacciata sullo 0-0 e una sul 24 pari sono identiche”, spiega Lorenzo Bernardi, eletto miglior giocatore del XX secolo dalla Federazione internazionale della pallavolo. Una decisione operativa su come ridurre i costi o una scelta strategica di sopravvivenza dell’azienda sono uguali.

Il dato registra l’accaduto, non il suo peso. Il peso lo sente solo chi è in campo o nella board room. È il paradosso decisionale che H-Farm Business School, guidata da Alessandro Petrillo, ha inseguito in 30 protagonisti dello sport d’élite, dagli atleti olimpici ai match analyst.

Più l’intelligenza artificiale osserva e suggerisce, più la scelta finale e la responsabilità tornano all’uomo. Perché nemmeno i dati più accurati bastano a garantire l’esito. Lo racconta Michele Aragona, analista di un club di Premier League, quando ricorda che una squadra avversaria, pur di rubare gli schemi, mandò un uomo travestito con le divise del club che ospitava l’allenamento, e lo fece con tre squadre diverse senza batterne nessuna. “Hanno visto tutte le nostre tattiche”, dice. Eppure non era bastato a vincere.

Il valore non sta nel seguire il dato, né nell’ignorarlo. Sta nel saperlo leggere e, quando serve, nell’avere il coraggio di tradirlo. Oggi, però, l’asimmetria penalizza proprio quel coraggio, perché chi si discosta e sbaglia resta senza alibi. Chi obbedisce all’algoritmo, invece, si protegge e rinuncia a decidere. Nessuno viene licenziato per aver seguito il dato. Ed è proprio questo il problema.

Lo sport comprime in pochi secondi ciò che un’azienda vive in mesi e restituisce la scena nella sua forma più nuda, fatta di incertezza, pressione e tempo che scorre. Dove il leader non è più il decisore supremo, ma diventa ora l’architetto che fa dialogare analisti e uomini di campo e che protegge chi esce dallo schema.

La domanda, insomma, non è se l’intelligenza artificiale deciderà per noi. È se noi stiamo ancora decidendo o ci stiamo solo costruendo un alibi. 

L’articolo Il paradosso di H-Farm: cosa insegna lo sport sulla gestione dell’IA in azienda è tratto da Forbes Italia.

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