L’Italia sa formare talenti, ma non sa trattenerli: cosa insegna il modello Apple Academy

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Articolo tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Preparati, ben vestiti, colti, intraprendenti e creativi. Giovani italiane e italiani cercasi per ruolo di prestigio (ben pagato) nelle aziende internazionali. È così che formiamo competenze che spesso, troppo spesso, lasciano il Paese. Come facciamo a riportare questa forza propulsiva a casa? Chi deve fare che cosa? Lo abbiamo chiesto a chi ci sta provando, e con successo: Giorgio Ventre, professore ordinario di sistemi per l’elaborazione delle informazioni all’Università di Napoli Federico II e direttore scientifico della Apple Developer Academy, un’iniziativa di formazione nell’area della trasformazione digitale unica in Europa.

Si può definire il genius loci italiano nel mondo d’impresa? Siamo riconoscibili a livello internazionale per la capacità di interpretare modelli economici ispirati alla cultura umanistica più di altri?

Una domanda difficile, che richiederebbe una risposta estremamente analitica supportata da statistiche. Direi però che l’incontestata presenza di italiani in posizioni di vertice a livello globale, sia nel mondo delle imprese che in quello dell’accademia e della ricerca, dimostra la validità della nostra cultura e del nostro meccanismo di formazione della classe dirigente. Direi che l’italian way of life, come si dice, è fatto prevalentemente di questo incredibile intreccio di cultura e di creatività che possiamo vedere nelle strade di qualsiasi centro, per quanto piccolo, del nostro Paese. Intreccio che nasce dalla nostra posizione di ponte naturale tra Europa, Asia e Africa: cosa che nel passato ci ha reso un campo di battaglia per invasori e conquistatori, ma che ci ha fatto diventare un mix genetico di straordinario potenziale, oltre che il luogo dove decine di culture si sono incontrate e ibridate. Ed è divertente – fino al ridicolo, direi – vedere che questi pseudo-difensori del ‘sangue italiano’ ignorano come questa definizione sia in assoluta contraddizione con la realtà storica.  

È per questo che i nostri giovani vanno (e si affermano) a livello internazionale?

Anche per questo, ma non solo. Il secondo motivo è che l’Italia ha la capacità di offrire una formazione di qualità sia a livello scolastico che a livello universitario, almeno a quella parte dei nostri giovani che sono ‘forti’ abbastanza da sostenere una metodologia di insegnamento decisamente impegnativa, perché basata sua visione ancora molto tradizionale dello studio, fatta di un approccio teorico e metodologico all’apprendimento. Le nostre scuole e i nostri atenei sono ancora fatti di tante aule e pochissimi laboratori, e questo ci fa capire come usiamo il tempo dei ragazzi. Come sistema formativo, quindi, siamo bravissimi a formare le élite accademiche e professionali, ma molto meno bravi a formare tutti i ragazzi che entrano nel sistema, come dimostrato dalle percentuali elevate di Neet (‘not in education, employment or training, cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione, ndr) e i dati sulla dispersione scolastica. 

Come facciamo a riportare i talenti in Italia o, almeno, a riconnetterli al nostro sistema economico?

In questo momento stiamo vivendo il paradosso che questi giovani talenti, formati nelle nostre scuole e nei nostri atenei, lasciano il Paese, per tante motivazioni. Innanzitutto, la speranza di trovare un lavoro dove vedere riconosciute le proprie competenze e le proprie idee, e dove il raggiungimento di posizioni di responsabilità sia qualcosa di concreto e non un sogno impossibile. Poi il desiderio di lavorare su nuove tecnologie e nuovi processi, seguendo le principali tendenze tecnologiche e scientifiche che si stanno affermando a livello globale. L’Italia sembra essere condannata a un ruolo di periferia del mondo dell’innovazione, dove buona parte delle imprese continuano a concentrarsi su prodotti e tecnologie ormai obsolete. Per poter riportare questi ragazzi a casa dobbiamo cambiare il modello di sviluppo del Paese, introducendo più competizione in tutti i settori e incoraggiando le imprese e gli enti che investono nel cambiamento. Peraltro, mi sembra che i servizi dello Stato e degli enti locali nella sanità, nei trasporti, nella sicurezza abbiano proprio bisogno di una rivoluzione tecnologica, e invece di parlare sempre di pensioni, avremmo davvero bisogno di parlare di futuro.  

L’università, in questo senso, può molto, in quanto luogo di connessione. Basta guardare a quello che ha fatto con Apple Academy.

Anche l’università deve cambiare, ma senza perdere la capacità di dare una formazione di qualità. Il cambiamento deve essere nelle nostre metodologie didattiche, nei tempi e negli spazi della formazione, nella capacità di coinvolgere le imprese nella formazione convincendole a investire in ricerca e innovazione. Questa è stata la scommessa delle academy, ossia di affiancare alla didattica tradizionale momenti di formazione pratica e laboratoriale sviluppati insieme alle imprese più evolute tecnologicamente. Ovviamente questo approccio richiede un cambiamento di prospettiva e la disponibilità ad aprirsi a nuove esigenze ed esperienze. E richiede anche tanti investimenti, da parte delle imprese, ma anche da parte dello stato, che invece continua a investire poco in formazione e ricerca. 

Questo modello è replicabile? Ha fatto proseliti?

Da quando siamo partiti, dieci anni fa, abbiamo notato un lento ma progressivo sviluppo di iniziative simili, e questo non può che farci piacere. Ma parliamo ancora di pochi casi rispetto al numero degli atenei italiani. La spiegazione può risiedere nel fatto che queste esperienze richiedono spazi specifici da destinare alle sperimentazioni, e tanti dei nostri atenei devono, purtroppo, lottare per poter fare anche solo la didattica tradizionale. L’innovazione nella didattica costa, e sembra che in Italia ci siano soldi per tante cose, ma non per questo.  

L’articolo L’Italia sa formare talenti, ma non sa trattenerli: cosa insegna il modello Apple Academy è tratto da Forbes Italia.

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